26/02/20

A casa

Lascio l'hotel alle sei e mezza. Alla reception non c'è nessuno. Fuori, un buio ancora notturno, il rumore delle auto che vanno troppo veloce in questa circonvallazione dove a ogni venti metri c'è un albero, o un palo, con un vaso di fiori e una targa. 
Cammino e aspiro l'aria salmastra, conosciuta e piacevole. La ventiquattrore non pesa più di tanto. Ho finito i vestiti. Ho solo un cambio pulito. Una pattuglia rallenta, mi squadra. Il carabiniere  dal finestrino lato passeggero mi chiede se va tutto bene. Gli rispondo di sì, che alloggiavo lì, gli indico il casermone, e che volevo raggiungere la città a piedi. Mi dice Auguri! e mi fa il saluto militare. 
Mi sento come se dovessi andare al patibolo e dovessi finire i miei giorni laddove sono iniziati. Ma posso dire di essere rinato, ieri sera, e che Giacomo mi abbia lanciato una corda mentre stavo appeso a un tronco in un burrone. 
Le coincidenze non esistono. Ma io cammino, su questa strada sporca e maledetta, perché gli ho tenuto la testa e ho ascoltato il suo respiro. 
Dopo un'ora buona, arrivo alla piazzetta, avamposto della città. Il bar è aperto. Ho voglia di un cornetto e di un caffè fatto bene. Ho rinunciato a far colazione in hotel. Avevo paura di incontrare Mimmo e di lasciarmi violentare da quell'affabilità studiata e perversa o di essere scannerizzato dal baffone. Ho lasciato la Montblanc sul comodino. Un vero atto di coraggio che non mi sarei mai aspettato da me. 
Sono stato un quarto d'ora con la penna in mano. Cosa fare? Cosa decidere? 
Credo che solo qui in Sicilia un dono possa anche essere un guinzaglio, o un cappio. Io non ho niente da offrire, se non la mia immagine, a questi qua. Un paio di contatti in televisione, qualche giornalista amico. Ma ho anche una casa a Roma, che può diventare un punto d'appoggio, eventualmente. Sono sprofondato nella paura e alla fine ho abbandonato la penna di quel blu che mi piaceva tanto, davvero. Hanno azzeccato il colore e anche l'inchiostro, gli stronzi, uno strano blu tendente al viola.  Scriveva benissimo, la punta scorreva che era una meraviglia.
Amo le penne, le uso tantissimo: le uniche cose che ho amato scrivere, le ho scritte a penna. Ho una decina di quaderni e un paio di agende fitte fitte di storie, voci, ritratti, sogni, che mai nessuno pubblicherà.
Il barista mi riconosce e chiama la ragazza alla cassa. Un altro selfie, stavolta ingenuo, giocoso. 
Mi piacciono i suoi capelli dice la ragazza. Stamattina li ho legati e ho messo il gel per appianare due ricci indisciplinati. 
Non ho letto i suoi libri perché non ho tempo, ma le cose che dice in televisione sono fantastiche. Addento il cornetto, assaporo la crema con quel retrogusto al limone che sento solo a Palermo, e ingollo il caffè. Non mi permettono di pagare, mi chiedono se possono postare la foto su facebook, faccio spallucce, dico ok. 
Maledetta Maura.
Mi muoverò a piedi più che potrò. Sarò a Danisinni a mezzogiorno, di questo passo. Le scarpe sono comode, non fa caldo, sto bene. Fino a qualche ora fa volevo spiaccicarmi al suolo, sangue e cervello sulle vetrate dell'hotel. Sorrido. Penso di essere ammalato anch'io, di un male peggiore di quello di Giacomo, perché il mio è silente, come un fuocherello che piano piano, giorno dopo giorno, incendia il mio dentro, distrugge ricordi e desideri e quel poco di lucidità che mi resta.
È depressione, forse. Ma riesco anche ad arrabbiarmi e a svegliarmi presto la mattina, a lavarmi, a sorridere per finta, e a pettinarmi. Forse desidero la depressione, l'alibi per annullare gli appuntamenti, non scrivere più le puttanate che scrivo, per licenziare quella testa di minchia di Maura, perché torni Angela e mi accarezzi la testa, ancora una volta, ma lei non può tornare e non la meriterei comunque, la sua pena.
Il sole è alto, impera sulla città e sui miei passi. Ho un po' di affanno e decido di fermarmi e stare un po' seduto su una panchina. C'è un po' di verde attorno, un'aiuola senza fiori e una fontanella. Bevo con le mani a coppa, acqua fresca, acqua santa, perché mi sento vivo, adesso. Non so cosa sia, quale grimaldello abbia azionato ma qualcosa si è aperto e il mio dentro non lo sento bruciare, adesso. Non brucia più. 
Pronto.
Tutto ok? 
Maura.
Tutto ok.
Dormito, fatto colazione?
Sì.
Mi chiede se ho dormito e fatto colazione, non se abbia dormito bene. Vaffanculo.
Benissimo. Domenica ti volevano a Domenica in. Domani c'è sciopero degli aerei, non so se lo sai. Ho detto che eri a Palermo. Quelli di Linea verde fanno la puntata lì, ho parlato con Mirko, secondo lui è una buona occasione. Non ti pagano ma puoi pubblicizzare il libro. Ti contatteranno domani mattina. Farai da Cicerone.
Non voglio.
Mirko è d'accordo.
Dì a Mirko che non voglio.
Non vuoi cosa?
Non voglio fare il coglione di fronte a una telecamera camminando per le strade di una città da cui voglio fuggire.
Non capisco.
Lo so.
Perché sei andato allora?
Cazzi miei.
Parlo con Mirko e ti richiamo.
Mette giù.
Mirko mi dirà che devo, che sono almeno cinquemila copie vendute in più, che si può aprire il varco "malinconia/ricordi struggenti della mia città perduta" che piace tanto. Mi obbligherà ad accettare. Due giorni in più. Mi tocca passare da casa, forse c'è ancora qualcosa di mio dentro qualche cassetto. La casa sarà piena di polvere, di tanfo di chiuso, di altra tristezza di cui non ho bisogno.
Pronto.
E allora? Non puoi rifiutare. È una bella cosa, romantica.
Non mi va.
Mirko ride.
Ti deve andare. Punto. Sono copie vendute in più e magari ti fai venire l'ispirazione per un libro, che ne so, sul ritorno o sulla bellezza dei ricordi. Sei un po' fiacco ultimamente, tesoro.
Quando Mirko intercala con vezzeggiativi e smancerie da checca isterica, dice sul serio.
Non ne ho voglia. Sono stanco.
Sei patetico, non stanco. Fatti venire l'ispirazione, fatti una nuotata, fai quello che vuoi ma domenica mattina sei a Linea verde, senza se e senza ma. Approfittiamo dello sciopero.
Non c'ho i vestiti.
Altra risata.
Gioia cara, vai in una Upim qualunque e comprati una camicia, fatti uno sciampo e sei a posto. Non sbarbarti che stai meglio così, selvaggio. E non trattarmi male Maura che senza di lei saresti finito.
Mi saluta, mi passa Maura. Le dico che non voglio prenotazioni, che vado a casa.
Vado a casa. Suona bene "Vado a casa". Semplice. Lineare. Un fiume che sbocca placidamente nel mare. La strada conosciuta. Il sole che sorge sempre dalla stessa parte. La moka nel secondo scaffale in alto. Le tende coi girasoli in veranda. La cassetta del bagno che perde sempre. Le piastrelle gialle a fiorellini rossi. Lo specchio all'ingresso dove ci guardavamo io e mamma prima che mi accompagnasse a scuola. Mi aggiustava i capelli e me li portava tutti a destra. Io in ascensore li scombinavo e li portavo tutti a sinistra. Casa è la poltrona di papà, intoccabile trono, un totem sacro, nel salotto di fronte al televisore. Mamma coprì la poltrona con un merletto finissimo e posò una Bibbia sulla seduta, il giorno dopo che papà morì. Non si sedette più nessuno su quella poltrona.
Vado a casa. 
Sfortunatamente.
Boh, non so.
Finalmente.

6 commenti:

  1. Quanto scrivi bene, Bruno! Una scrittura essenziale, asciutta, anche cruda come un pugno nello stomaco in certi punti, ma VERA!!! E questo è ciò che conta.
    GRAZIE!!!

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    1. Un abbraccio Annamaria. E ti ringrazio tanto.

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  2. Sono sensazioni che conosco molto bene.
    Ben ritrovato Bruno!
    Marisa

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    1. Ciao cara! Devo riprendere un po' di motivazione, in questo periodo così assurdo, e concludi il racconto. Un abbraccio

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