14/02/20

Tu mi salverai

Saluto la direttrice di Villa S.Luca e fuggo. 
Veloce, ogni passo un ricordo da calpestare. 
Il beverone. Mi fermo alla salumeria accanto al panificio vicino alla metropolitana. Chiedo una bottiglietta d'acqua. Mi riconoscono. Si fanno le foto con me, esce il titolare del panificio con un pezzo di pizza caldo e vuole che lo mangi, lo addento, un'altra foto. Mia moglie ha fatto le lasagne al radicchio, la segue sempre in televisione. La moglie del salumiere arriva di corsa, mi abbraccia, mi stampa il rossetto sulle guance. Sei l'orgoglio di Palermo. Altre foto con la lasagna in mano. Vino, ci vuole il vino. Il salumiere stappa un passito dolcissimo. Brindisi. Foto. Sorrido. Li odio. Ho ingurgitato duemila calorie. Mi divincolo, loro nemmeno se ne accorgono, salgo sulla metro. Sei fermate, poi a piedi. 
Ho chiesto a Maura di prenotarmi due notti in un hotel fuori dal centro da dove si vede il mare.
Angela avrebbe scelto meglio, Maura non conosce bene ciò che voglio, ciò di cui ho bisogno.
Volevo un hotel fuori dal centro da dove si vede il mare. Mi ha preso alla lettera. 
Ha scelto un casermone quattro stelle in mezzo al nulla, adiacente a una baraccopoli, effettivamente fronte mare. Ma è il mare delle petroliere, della costa deturpata da mostri abusivi di cemento, delle puttane nigeriane, degli incontri clandestini. 
Ci sono costruzioni che sorgono in luoghi ameni, magari bruttarelle ma che alla fine si armonizzano col resto, si ingentiliscono, diventano parte del bello. Altre costruzioni distruggono. La giustificazione che lì non c'era niente è un alibi per avallare una violenza, un'imposizione. Quest'hotel è una violenza. Deturpa. Offende. Rende ancora più misera la baraccopoli. Esiste per rendere la baraccopoli ancora più baraccopoli, per rendere più povera la povertà.  
Se dovessi spiegare a un non autoctono da dove si capisce che un palazzo, un'attività commerciale, un ospedale, siano la trasmutazione di soldi sporchi di sangue, gli direi di guardarli un attimo. 
È troppo per quel contesto? È un'opera imposta. 
Un'altra cosa che gli direi è di guardare il personale. È lento, distratto, allegro ma guardingo, sembra che sia lì per smistare e non per accogliere? È imposto. È personale prettamente maschile? Imposto.
Alla reception mi accoglie un uomo coi baffi. Cerimonioso e stucchevole. Sulla mano destra ha tatuati dei numeri. Non è una data. Mi riconosce. Mi dice che ha parlato con la mia segretaria e che mi ha riservato la suite all'ottavo piano, gli dico che no, non è la mia segretaria ma la mia agente, mi chiede se cenerò al ristorante dell'hotel e mi dice che il direttore avrebbe l'onore di offrirmi la cena e di conoscermi. Onore. Ecco, direi al non autoctono che anche le parole, qui, hanno un senso duplice, sono ciò che significano, da vocabolario, e ciò che simbolizzano e impongono. Dico codardamente di sì. Mi ripeto che è il mio desiderio di conoscere la società, di avere uno sguardo sul mondo nitido e implacabile, la mia tensione sociale ad avermi fatto accettare l'invito. La verità è che sono un vigliacco. Ho avuto paura. La paura del palermitano.
Angela mi avrebbe prenotato un due stelle fuori città, vicino a un porticciolo naturale e a una piazzetta, dove la proprietaria prepara i dolci la mattina e le lenzuola profumano di Coccolino, non di canfora.
La stanza è sobria, anonima, enorme, enorme come il Mivar 32 pollici sul comò. La carta da parati è grigio scura. Il piumone, a righe gialle e nere. Il bagno dimostra i suoi vent'anni, ghirigori sulle mattonelle e un filo di ruggine marrone nel water. La stanza è stata pulita da poco. Un Cristo d'argento morto sulla croce campeggia sopra la testata del letto. Un vaso con dei fiori freschi sul tavolino vicino al balcone non alleggerisce l'asettica cupezza della stanza. Sono fiori scelti da un uomo: garofani e lilium. Fiori da morto.
Apro la porta-finestra e guardo giù. Il parcheggio è semivuoto, il giardino curatissimo, sette palme raggiungono il quarto piano. Mi chiamano dalla reception. È il cerimonioso. Mi dice che, se voglio, posso fruire della piscina riscaldata al nono piano e l'hotel avrà il piacere di offrirmi un cocktail. Questa volta rifiuto. Sono stanco e penso a mia madre, nel suo hotel tra gli ulivi. Penso ad Ada, sicuramente più sincera di me.
Maura mi scrive Tutto ok? Rispondo Certamente, sei stata bravissima. È una donna limitata. L'unico suo pregio è il pragmatismo. Per il resto è solo una segretaria, ha ragione il baffuto: non mi agevola la vita, non mi offre opportunità per migliorarla. Mi è stata imposta, anche lei. E la soffro. Mi sta sui coglioni. Con la sua aria da perfettina, da prima della classe. Non ho potuto dire di no. L'ho dovuta assumere. Odio il suo profumo, odio i suoi orecchini di perle, il suo trucco leggero, le sue ballerine. A quarant'anni indossare le ballerine è incongruo, assurdo. In fondo credo che anche lei mi detesti. 
Con Angela era diverso. Lei mi amava.
Prendo carta e penna e faccio testamento. Lascio tutto a un'associazione benefica per i bambini oncologici e destino una somma bastevole per cinque, sei anni, alle cure di mia madre.
Piego le mie volontà. Le poso sul cuscino, torno sul balcone.
Il mare è viola, qui. Non ha colori da cartolina, né si può dire che sia bello. È una distesa infinita di viola. A est c'è Capo Zafferano, il mare turchese della mia infanzia, delle nuotate felici, dei picnic con un sacco di roba che preparava mamma, delle lenze e degli ami di mio padre che voleva pescassi con lui ma a me annoiava da morire, del profumo di mirto e di zagare.
Quando i giornali scriveranno del mio suicidio, si chiederanno il perché. Prendo un altro pezzo di carta e scrivo. Non c'è un perché, non c'è una spiegazione a ogni cosa. Sono stanco e non me ne frega più un cazzo di me e di nessuno. Prendetevi cura di mamma. Che è l'unica persona che amo. Vi odio tutti, mi fate schifo. Bruciate i miei libri. Li ho scritti per gente che fa schifo. 
Ci vuol coraggio ad ammazzarsi, dicono. Io penso che, invece, il suicidio sia la quintessenza della pavidità, la rinuncia più definitiva, la certificazione di un fallimento. Altri dicono che è un gesto folle di onnipotenza e di sfida, uno stratagemma crudele per far sentire in colpa qualcuno fino alla fine dei suoi giorni. L'unico, forse, a soffrirne, potrebbe essere Melc, è per lui che sono qui. Forse soffrirà, forse no. Angela soffrirà di brutto, anche se mi ha lasciato, soffrirà perché mi ama ancora. Io non vorrei far soffrire Angela. 
Mi avvicino alla balaustra. È altissimo. Il mare è viola. Che strano un mare viola. 
La mia tristezza è un abisso che nessuno conosce, che tutti conosceranno.
Suona il cellulare.
È un numero non in memoria. 
Pronto. La mia voce trema.
Scusa se ti disturbo, ho chiamato quel tuo amico. Dice che è pieno. Mi ha dato appuntamento a settembre. Ma vaffanculo. Ti va di pranzare assieme domani? Offro io, il minimo per uno che mi ha salvato la vita. Ride. Accetto. Mi dice dov'è il posto. Una zona che non conosco: Danisinni. Uno dei quartieri di Palermo difficili da pronunciare, così nascosti che ti chiedi perché quel posto sia diventato un quartiere.
Strappo il testamento. Strappo la lettera a questo schifo di mondo.
Mi faccio una doccia e mi preparo per la cena.

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