12/03/21

cinquanta centesimi

Io una famiglia ce l’ho avuta. Cioè, un padre e una madre. Non mi sono mai sentito all'interno di un nido, qualcosa di caldo e rassicurante. Piuttosto, mi sono sempre sentito come diviso in due. Una parte di me, l’appendice di mia madre, un’altra come calamitata da mio padre. Più mia madre mi attaccava a sé, più mi avvicinavo a mio padre, che non faceva nulla per tenermi vicino, comunque. Ero io che lo cercavo, come per disintossicarmi dall'indigestione di dolcezze di mamma, che mi amava di un amore da manuale. 
Papà mi guardava, con i suoi occhi così belli, limpidi, azzurri e io mi mettevo accanto a lui quando vedeva la partita di calcio alla tv, quando aggiustava lo scarico del water che perdeva, quando andava a comprare il pesce a Ballarò. Non parlavamo, non ce n’era bisogno. Non sapevo che dirgli, lui credo non volesse inquinare il progetto da damerino che mamma e nonno avevano stabilito per me. Sono stato un ponte tra due sponde diverse.
Perché non mi hai abbracciato mai come avresti voluto?
Perché non mi portavi con te anche quando mamma non voleva?
Perché non mi hai mai rimproverato, raddrizzato, educato?
Perché non mi hai insegnato ad aggiustare quella cazzo di cassetta del water?
Perché non mi hai mai parlato come avresti potuto?
Perché mi hai lasciato così presto?
Il ponte mostra i segni della sua età. Il ferro è arrugginito, il marciapiede ha ceduto in più parti, il marmo bianco si è ingrigito, l’intonaco si sbriciola. Da bambino mi pareva la cosa più solida della città, resistente ai terremoti, alla fila di macchine imbottigliate, agli autobus, alle piene del fiume. 
“Non crollerà mai” mi aveva detto mio padre. “L’ha fatto costruire il Duce, è costruito bene, le fondamenta sono solide”. Mio padre non negava le sue simpatie fasciste. Era un fascista ingenuo, docile. Mia madre era democristiana. Storceva la bocca quando papà parlava di Mussolini e decantava le magnifiche costruzioni del trentennio in città ma non è entrata mai in polemica con lui, del resto i due non si parlavano.
Il ponte Oreto, nella cornice di alveari di cemento in cui si trova, è proprio bello, slanciato, elegante. Mi è sempre piaciuto. Imponente, bianco. 
Papà, vedi, sto camminando sul Ponte, è solido, non è ancora crollato, non crollerà. Perché mi hai abbandonato papà?
Arrivo all’altra sponda del ponte dove via Oreto vecchia diventa via Oreto Nuova.
Alla mia destra ci sono dei condomini degli anni cinquanta, brutti, senza nessuna caratteristica peculiare, forse case di ferrovieri o impiegati dell’Inail.
La mia edicola è ancora lì. Mi pare più piccola, o forse sono più grande io. Andavamo io e mamma, lei prendeva delle riviste femminili, io Topolino. Mio padre non leggeva.
Mi avvicino all’edicola. C’è un bambino con un vasetto di slime e due monete in mano. L’edicolante gli dice che non bastano, gli chiede dov’è suo padre, sua madre, il bambino sembra sul punto di piangere. Può avere sette anni. È smilzo, bianchissimo, posa il vasetto nell’espositore da dove l’aveva preso, mette in tasca le due monete. Si volta verso di me.
Ci sono occhi che non puoi dimenticare.
Ci sono passati che sono chiusi in cassetti inespugnabili.
Alcuni occhi sono chiavi che aprono cassetti, scrigni, bauli. Aprono tutto.
Bambino, quanto ti manca?
Non lo so.
L’edicolante esce dalla sua postazione, ci raggiunge, risistema l’espositore.
Cinquanta centesimi. Vanno via come il pane ste schifezze qui. Se non fosse per questa roba qui avrei chiuso.
Glieli aggiungo io i cinquanta centesimi.

Il bambino mi guarda e non capisce ciò che sta accadendo. L’edicolante mi squadra e si gratta il mento.
Magari fa un salto a casa, abita qua dietro. 
No, no, glieli do io i cinquanta centesimi.
Il bambino mi sorride. 
Cazzo, quegli occhi di cristallo.
Tieni bambino, prenditi il vasetto che avevi scelto.
Ha i capelli neri, come pece. Uguali.
Il bambino sta per allontanarsi, gli dico di aspettare. L’edicolante lo invita ad andare, a correre a casa.
Un attimo. Bambino come ti chiami?
Elvis.
Elvis? Come il cantante!
Mio papà dice che ha una chitarra sua. 

Tuo padre suona?
Suona e canta.
Come si chiama tuo padre?
L’edicolante finge di aggiustare un cubo di giornaletti dei programmi tv ma è all'erta, pronto a intervenire, a chiamare le forze dell’ordine. Non mi ha riconosciuto. Porco Giuda sono dentro a ogni giornale che vende. Ma forse lui non li apre nemmeno i giornali che vende.
Si chiama Nicola.
Nicola Nicola, o si chiama in un altro modo?
Nicolai.
Mi tremano le gambe. Annichilito come allora.

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