04/05/21

Non ne sapevo niente

Io dovevo solo fare pipì.
E qual era il problema?
C'eravate voi.
E allora?
Quell'immagine di me, come un prigioniero coi fucili del nemico spianati addosso me la sono portata dietro per anni, l'ho portata in terapia, è stata l'emblema di una mascolinità che m'intimoriva e che m'intimorisce ancora, esibizionista, sfacciata, impudente.
Ero un bambino timido.
Eri un frocetto.
Sono terrorizzato. Eppure è passato così tanto tempo. E lui è in una condizione di svantaggio. È un povero sfigato. 
Quanto, una parola, può ancora ferire! Quando può essere ancora bomba, lama, ghigliottina?
Non hai smesso di aggredire con le parole, non ti vergogni?
Eri un frocetto, te lo dicevamo tutti, non hai fatto nulla per non farcelo pensare. Ma cosa te ne importa? I bambini non hanno peli sulla lingua. Sei un adulto, ora. Con una vita sociale invidiabile. Donne che sbavano per una foto con te. Acqua passata! 
Mi avete chiuso dentro.
Dentro dove?
Nel bagno, con voi.
Non mi ricordo.
Nicolai si gratta la testa.
Fai uno sforzo anche tu. Ricorda quello che non vuoi ricordare! 
Boh, non ricordo. E che ti avremmo fatto?
Non mi fecero niente. Mi sbandierarono davanti i loro peni glabri, piccole spade bianche. Io guardavo, curioso e spaventato. A me non era mai diventato mai così lungo. Ci facevo solo pipì col mio piccolo cazzo, mia madre lo ripuliva, lo apriva, toglieva quella che chiamava la pappetta che incollava glande e prepuzio. Una volta chiamò mio padre, ebbi una vergogna incredibile. Il prepuzio non si scollava. Mio padre fu delicatissimo, usò acqua calda e olio, credo. Mia madre mi pulì il pene fino ai dieci anni.
Non mi avete fatto niente.
Ecco, vedi, se t'avessimo fatto qualcosa me lo sarei ricordato, però non eravamo bulli, eri tu troppo signorino e tutt'altro che angelico. 
Anch'io ero un bambino.
Lo eravamo tutti. Allora, cos'altro posso fare per te, oltre che farti ricordare le cose come stavano?
Ride, mi fissa. Cerco di leggergli dentro quegli occhi in cui non vedo niente. Solo azzurro siderale.
Ci scriverò un libro, sui ricordi, dopo quello sulla morte. Il ricordo è come una fotografia. Inquadra quello che chi fotografa vuole inquadrare. Tutto il resto, tutto ciò che è fuori dall'inquadratura, non esiste, non esisterà. Amo le fotografie dove c'è qualcosa che crea dissonanza, un gruppo di persone che ride e una incupita, un prato di fiori e una siringa, una famiglia felice e un bambino che piange; mi piacciono le foto delle classi scolastiche, in cui ognuno ha un espressione diversa dagli altri, ha pensieri diversi in quel momento, puoi percepirli, mentre guardi la foto. Nelle foto delle classi vedo venti psicologie, venti infanzie o adolescenze, l'emarginato, il problematico, il leader, lo psicolabile, il prof scazzato, quello che ci crede, il gruppo è solo una costruzione fittizia che cela venti mondi diversi.
Io mi sentivo solo.
Non ride più. Si alza. Si avvicina a cinque centimetri dalla mia faccia.
Potevi dirmelo. Io non ero un bambino cattivo. Tu sì.
Apre il frigo, prende un contenitore di plastica.
Sono dei dolcetti al cocco che ha fatto mia moglie. Meritano.
Mi allunga il contenitore, rifiuto, lui insiste. Prendo un dolce, ne mangiò metà. Non è male ma non ho fame, anzi, ho un dolore alla bocca dello stomaco, non vorrei avere una delle mie diarree qui, a casa del mio antico aguzzino.
Perché sarei stato cattivo?
Senti, non ho voglia di giocare a nascondino. Ti ricordi cosa c'era qualche settimana dopo la tua soffiata? Te lo dico io: la Prima Comunione. Ti ricordi chi doveva cantare sull'altare oltre a Miriam? Io. La maestra mi odiava ma obiettivamente avevo la migliore voce tra i maschi. Io sono stato sospeso, ho fatto penitenza la mattina nei corridoi solo per aver giocato col mio gingillo in compagnia di altri bambini. Non mi hanno fatto cantare. E tu hai cantato le mie canzoni. Ecco perché ti ho odiato e ti sono stato col fiato sul collo per tutta la quinta. Ti dovevo ricordare quanto eri stato subdolo. Ti ho odiato dal profondo del cuore, eri una spia, eri vendicativo e in una posizione di potere rispetto a me. Eri un figlio di, io non ero nessuno. Punto, stop. Andiamo accapo. 
Mi guarda ancora, c'è qualcosa nei suoi occhi adesso, sono occhi umidi, l'azzurro è circondato da un roseto di venuzze. 
Non credevo...
Non credevi cosa? Eravamo bambini. Io avevo il diritto di prenderti per il culo, tu avevi il diritto di accusarmi, farmi passare per quello cattivo, per il bullo. Ogni bambino si ritaglia un ruolo. A me faceva più comodo il mio che il tuo. Non ho mai sopportato la pena degli altri.
Io non ero figlio di. 
Sai, a scuola avevo solo una persona che prendeva le mie difese ed era Pippo.
Pippo?
Pippo, Pippo. Il giardiniere. Il magazziniere. L'aggiustatutto. È morto qualche anno fa, sono stato al suo funerale e ho cantato per lui. Era un brav'uomo. Insomma, mi diceva di non prendermela, che ero intelligente, solo un po' vivace, che dovevo sopportare, che avrei avuto le mie soddisfazioni, cose così. Quando piansi perché il ruolo del cantante l'avevano dato a te - ho pianto tanto sai? Ero un bambino anch'io - ecco, lui mi prese da parte, nel magazzino, mi passò la mano tra i capelli e mi diede un buffetto sulla guancia, poi mi indicò un armadio pieno di quaderni, registri, penne, agende, matite, carte geografiche, timbri, carte carbone, portapenne, spillatrici. Mi disse che era roba appena arrivata e non pagata. Regalata. Una donazione. Tu eri un figlio di.
Io non ne sapevo niente.
Tu eri un protetto, caro mio.
Non ne sapevo niente.
Ora lo sai.
Devo andare in bagno.

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