06/12/21

Meteora

Chiara è tornata di sabato. Assieme ai suoi bambini.

Non è strategia, ne sono certo. Non abbiamo parlato di maternità e paternità, del fatto che so che non avrò mai un figlio e del desiderio di riempire di me un altro essere umano. I bambini sono carini, mi hanno portato un disegno: ci sono io con una corona in testa in un prato di fiori rossi. L’abbiamo appeso sul frigorifero.

Quando siamo rimasti soli, mentre i bambini stavano cercando tesori sotto gli ulivi, le ho chiesto di raccontarmi di Saverio, cioè, di raccontarmi l’idea che Saverio avesse di me. 

Anche Saverio non mi considerava un vecchio amico. Aveva seguito il mio percorso e mi stimava ma non le ha mai parlato di me con trasporto emotivo. Per Saverio ero un taciturno dall'anima grande venduto allo spettacolo. Le aveva parlato delle nostre camminate vicino al laghetto, del carattere mieloso di mia madre che nascondeva uno spiccato dispotismo, che ero bravo in latino e che mi passava i compiti in classe di matematica, e niente di più. Del resto, non c’è stato niente di più tra me e Saverio, se non una rispettosa, leggera e breve frequentazione tra compagni di classe. Le ho chiesto di descrivermi Saverio, me lo ricordavo un po’ insicuro, gliel'ho detto, Chiara mi ha squadrato come se avessi proferito un’eresia. “Era un uomo molto forte, di una solidità sana, di una generosità rara, non meritava la malattia. Amava i suoi figli in un modo che non saprei definire. Ancestrale. Ecco, sì, ancestrale. È stata una meteora che è diventata stella”.

Chiara non sa delle mail di Saverio, né io le ho detto nulla. Le sarebbe apparso in sogno dicendole di venirmi a trovare perché un’anima serena in campagna è parte della natura, un’anima tormentata affoga nella natura, come nelle sabbie mobili. Così le aveva detto. Lei è rimasta spiazzata perché l'ha sognato pochissime volte. Mi ha detto che non crede nell'aldilà ma nella rinascita dei morti, ma non in termini religiosi, per lei la rinascita potrebbe avvenire anche nel cuore di una persona o in un incontro casuale. Per questo è venuta a trovarmi, per capire.

L'ho guardata come si guarda un hare krishna che danza di fronte a un presepio. Ha capito, ha cambiato discorso, mi ha chiesto se avevo topi in casa, le ho detto di sì, forse, ma che non mi avevano ancora rosicchiato niente.

Al pomeriggio mi sono fatto aiutare dai bambini a fare i calzoni. Ci abbiamo messo salame, spinaci, pomodoro e mozzarella. Li abbiamo infornati e ci siamo seduti di fronte al fuoco del forno a legna.

Ho dato ai bambini dei Topolini degli anni Ottanta che ho trovato qui, in un baule. Mentre i bambini erano assorti nella lettura, ho detto a Chiara che sembravamo una famiglia. L’ho detto spontaneamente, senza malizia, lei non mi ha risposto, ma ho letto sul suo viso un incommensurabile dolore; si è scostata i capelli dalla fronte e mi ha guardato con quel suo sguardo da istitutrice tedesca, poi ha sospirato e gli occhi le si sono inumiditi, come al solito, come ad aver perdonato una mia mancanza. Mi ha detto che loro non saranno mai più una famiglia. Ci sono rimasto malissimo, mi è passato l’appetito. I calzoni erano buonissimi, Chiara ha mangiato anche la mia metà. Mangia tantissimo. Non so dove lo metta il cibo. I bambini alle nove avevano già sonno, sono andati a casa a piedi, volevo accompagnarli, Chiara ha guardato il cielo scuro con una luna immensa e mi ha spiegato che in quei cinque minuti di strada sarebbero stati accompagnati da più di un astro. Li ho lasciati andare.

La notte, dopo un sacco di tempo, mi sono sentito solo. Ho scritto a Pietro ma non era disponibile. Ho chiamato Giacomo che era mezzanotte. Al ristorante c’era un addio al nubilato. È stato gentile come sempre ma ho capito che doveva gestire una ventina di ragazze ubriache, dunque non l’ho trattenuto. Ho scritto, allora, una poesia. L’ho intitolata “Soli”.

Niente puoi fare quando il vuoto ti assale, come un lupo che azzanna un piccolo animale. Solo affrontarlo senza velleità di vittoria. Solo. Camminarci dentro, sperare in una luce, in una stella lontana, che ti mostri la strada, che cambi la tua ineluttabile storia. Sfidare il vuoto con lo sguardo più truce non ha senso. Il vuoto è solo assenza di amore, nessun ricordo, nessuna passione. Folle, sfidare l’assenza d'amore con l'odio, l’abbandono con la violenza. Camminare dentro il vuoto e sperare in una luce, o in una voce, sì, meglio una voce. Ecco cosa fare: sperare in una voce.

È una poesia del cazzo. Io non so scrivere poesie, non conosco cosa sia la metrica, zero proprio. Quella luna, però, mi ha così commosso e mi ha fatto sentire così assolutamente solo che ho dovuto celebrare quella sensazione. L’ho scritta in bella su un foglio A4, la poesia, e l’ho chiusa dentro il baule.

 

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