07/12/21

Una visita attesa

Ieri è venuto Melch.

Stavo cacando riparato da due pale di fichidindia. Da quando Chiara viene qui senza avvisarmi, comincio a nascondermi.

Me lo sono visto improvvisamente davanti. È ancora più ingrassato, respira a fatica.

Mi aspettavo la sua visita. Non così tardi, però. Non mentre cacavo.

Melch non mi ha mai visto nudo. Non avevo nulla con cui coprirmi e ancora non avevo finito. L’ho guardato e l’ho salutato. Ha fatto una battuta stupida sulla carta igienica, sulle foglie, ma non stavo a sentirlo, non volevo sentirlo, mi dava fastidio, era lì che mi fissava, non distoglieva lo sguardo, gli ho dovuto chiedere di aspettarmi in soggiorno, che era aperto.

Quando l’ho raggiunto, senza mutande, mi ha chiesto che razza di vita facessi. Non gli ho risposto, mi sono vestito e gli ho offerto un caffè. Non ce l’ho con lui. È un miserabile, grezzo e insensibile. Fa quasi tenerezza. La vita l’ha forgiato in questo modo. Non è colpa sua. Ma mi infastidisce la sua presenza, perché è pur sempre il padre di Ethan, e conosco la devastazione nell'animo di quel ragazzo. Dopo l’incidente, credo di aver debellato la rabbia che mi legava a Melch. Sono venuto a Palermo non tanto per aiutarlo, ma per dimostrargli qualcosa, non ero tanto interessato al suo problema, perché ero ancora arrabbiato con lui; non si può aiutare qualcuno con cui sei arrabbiato. Ho superato anche l’offesa. Ho capito che utilizza le persone. Ha usato me. Usa suo figlio.

Dopo un’antifona in cui grondava di vittimismo, in cui ripeteva con una cantilena infantile che non ha mai avuto un rapporto sereno col figlio, che è sempre senza soldi, che è sfortunato, che la gente si approfitta del suo buon cuore, anche sua moglie, che lo cornifica da anni, ma il negozio è suo, l’ho messo alle strette, chiedendogli il vero motivo per cui fosse lì.

Mi ha chiesto dei soldi.

Miserabilmente dei soldi.

Con un giro di parole assurdo mi ha fatto capire che gli dovevo dei soldi. Perché suo figlio non lo aiutava più in negozio, perché faceva la bella vita a Roma senza degnarlo di un quattrino, perché aveva perso suo figlio a causa mia.

Non ho avuto voglia di controbattere, anche perché ho capito il gioco che fa con tutti - poveraccio – ovvero quello di colpevolizzare e sedurre, sedurre anche coi giri di parole, con quel suo fare fanciullesco.

Ha notato le mie difficoltà, sempre meno per fortuna, di linguaggio, mi ha stretto il braccio, ha fatto finta di piangere e voleva abbracciarmi.

“Dovevi rimanere in negozio, dovevi stare là, ti dovevi far tagliare i capelli!” mi ha detto.

L’ho allontanato. Mi ha guardato con odio, con l’odio di uno senza soldi, dipendente dai soldi, con l'odio di un drogato. Mi ha detto che ho plagiato suo figlio, che Ethan è un debole, che suo figlio ha dato il culo a mezzo quartiere e che lui ha cercato di difenderlo, di proteggerlo, che non avevo il diritto di sostituirmi a suo padre, che il mio era un modo per vendicarmi di chissà quale torto che ritenevo avessi subito, lui che mi aveva voluto bene come si vuol bene a un fratello.

Ho temuto per la mia incolumità e gli ho firmato un assegno. Ho chiarito che sarebbe stato l’unico.

Povero Melch. Gli do un paio d’anni di vita, al massimo. Sta impazzendo. Forse è drogato davvero.

Mi sono fatto due spaghetti alle vongole. I figli del fruttivendolo mi portano spesso dei barattoli che fa la madre. Sugo di vongole, stavolta. Era buono. 

Quando non puoi distruggere più la vita degli altri, cominci a distruggere la tua. A questo ho pensato, dopo che Melch se n'è andato. Mi ha colto anche un'emozione strana, come di svuotamento, e di tristezza, e di rimpianto. Rimpianto per aver dedicato del tempo della mia vita a quel ragazzo, per averlo chiamato amico, per non aver capito, allora, in che rete mi fossi impigliato.

Quando mi hanno dimesso dall'ospedale, l'infermiera mi ha consegnato un foglio con tutte le visite che ho ricevuto mentre ero in coma. Uno degli ultimi giorni di incoscienza mi è venuta a trovare Francesca. Chissà cos'è venuta a fare. Non so se cercarla, per ringraziarla della visita. Credo che non lo farò, perché lei è stata un nodo di quella rete. E io posso dire di esserne fuori. Dopo venticinque anni. Dopo un viaggio assurdo, un incidente ancora più assurdo e dopo un coma. 

Mi sembra pazzesco pensare a come l'essere umano spesso abbia bisogno di un intricato lavorio mentale, di lunghi viaggi fisici e psichici per superare una sciocchezza. 

Qualche giorno fa mi sono reso conto di non aver chiesto a Chiara che lavoro facesse. Le ho scritto un messaggio. Mi ha risposto con una faccina che ride e mi ha mandato un link. 

Lavora come contabile in un negozio di articoli per cerimonia, vestiti da sposa, liste nozze. "Ho una laurea in lingue ma". Così mi ha scritto. Poi mi ha chiesto "E tu, che lavoro fai?". "Non lo so" le ho risposto. "Il contadino, forse" ho aggiunto. 

Chiara, alla fine dello scambio mi ha scritto questa cosa, che non riesco ad interpretare, non ci riesco proprio: "Prima di decidere, di decidere qualsiasi cosa, pensa a te stesso, a ciò che vuoi veramente, non interessarti di quello che si aspetterebbero gli altri da te o di quello che sarebbe giusto aspettarsi da te. Sei tanto buono ma non sforzarti di esserlo di più".

Ho pianto. 

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