Pago l’affitto in contanti ogni primo del mese all’agenzia immobiliare di Via delle Cave di Pietralata. Il locatore, una società di cui non ho mai conosciuto i rappresentanti, ha ammesso solo questa forma di pagamento. Oggi l’agenzia mi ha rifiutato i soldi. “Per te hanno già fatto”. Ho chiesto chi, perché. Mi hanno risposto che l’affitto è pagato per un anno intero.
autostima e grafologia
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21/12/23
02/04/16
Cuore di cane
Quel pomeriggio Bruno non aveva voglia di studiare.
Non era una novità. Preferiva smanettare sullo stereo argentato facendosi rapire da canzoni e parole.
S'appoggiò al vetro della veranda. Guardò fuori.
L'immenso aranceto che si fermava nella linea blu del mare stava per essere mangiato dal cemento. Sapeva che da lì a due anni quella striscia di blu l'avrebbe solo immaginata dietro agli undici piani di cemento armato dei mostri in costruzione.
Il cielo di dicembre si fece grigio e cupo. Cominciò a piovere a dirotto.
Gli piaceva guardare l'acqua scrosciare sul vetro della finestra.
Cambiò frequenza.
Un signore dall'accento pesante stava leggendo un indovinello. In palio un disco.
L'emittente non la conosceva bene. Era una di quelle di periferia ma aveva un'ottima emissione, chiara, limpida.
Telefonò.
Vinse.
Si mise in contatto con lo speaker.
- Che disco vuoi?
- Veramente mi piace l'ultimo della Mannoia...
- Ma in diretta non mi hai detto che avevi sedici anni?
- Sì, ho sedici anni. Diciassette a febbraio.
- La Mannoia...
E cominciò a ridere. Poi continuò.
- Senti, io ti faccio trovare il disco della Mannoia, vieni fra qualche giorno, ok? Venerdì prossimo. Sì, venerdì è il giorno giusto.
- Posso venire solo di pomeriggio. La mattina sono a scuola.
- Va benissimo.
- Arrivederci.
Bruno pensò di essere stato preso in giro. Glielo disse pure suo padre: "nessuno regala niente per niente".
Decise di non andare. Magari era tutta una messinscena, quella del disco in regalo. Così, per aumentare gli ascolti.
Venerdì pomeriggio, però, decise di andare in radio, non dicendo nulla a casa. S'inventò che avrebbe dovuto comprare un libro di scuola.
Era curiosissimo di vedere com'era fatta una radio. Quella si trovava in uno stabile vicino al Ponte del fiume Oreto.
Ci andò a piedi. Faceva un freddo strano, il freddo dicembrino di Palermo, folate di freddo e folate di caldo, alternate.
Nonostante la bruttezza di quella strada, le luci colorate del Natale che incorniciavano le insegne delle botteghe rendevano quel pezzo di città quasi romantico. Di una romantica desolazione.
Il fiume coi suoi liquami scorreva veloce verso il mare. Bruno si sporse leggermente dal ponte. In mezzo al fiume c'erano lavatrici e frigoriferi arrugginiti.
Arrivò. La radio si trovava al dodicesimo piano. Gli aprì un quarantenne con una faccia da illusionista da circo: capelli neri impomatati, sguardo scuro e penetrante, pallidissimo.
Gli fece visitare l'emittente. Niente di che. Un appartamento appena intonacato con quattro mobili in croce e una saletta regia dietro una vetrata ricavata in una parete in cartongesso.
- Mi dispiace ma non ho potuto comprare il tuo disco... abbiamo avuto da fare qui, stiamo rinnovando la radio, abbiamo preso dei contatti con un network nazionale e ci vogliamo presentare bene. Cos'era? Paola Turci?
- No, l'ultimo di Fiorella Mannoia.
- Senti, facciamo così. Ti faccio una cassetta con venti canzoni, belle belle, attuali. Che ne dici? E te la vieni a prendere, che ne so, dopodomani, eh?
- Ma io mi aspettavo il disco.
In modo un po' spocchioso, l'uomo prese il portafogli.
- Tieni ventimila lire e vatti a comprare il disco che vuoi, ma dopo torna qui che voglio sapere se sei andato a comprarti il disco o a fare altro. Dammi il tuo nome, cognome e numero di casa.
Il ragazzo si sentì umiliato. Ma anche coraggioso. Percorse un chilometro a piedi. Cominciò a piovere. Si riparò sotto la pensilina dell'1 che passò due minuti dopo. Lo prese al volo. L'autobus era quasi vuoto. Bruno aveva la mano nella tasca dei jeans e toccava il foglio da venti. Era contento ma inquietato da quell'incontro. Aveva notato un divano letto e una specie di cucina in una stanza della radio. Come se ci dormisse qualcuno. E pochissimi dischi.
Arrivò in Piazza Stazione. Scese dall'autobus. Non pioveva più. Due uomini dell'est suonavano le cornamuse. Si avvicinò alle bancarelle all'angolo di Via Maqueda. Ce n'erano due che vendevano musicassette e dischi. Molta roba fasulla, alcune cose originali.
Trovò il disco alla seconda bancarella. Cellofanato e lucido.
Tornò quasi di corsa in radio. Aveva duemila lire di resto con sé. Era eccitato, contento, fiero del suo acquisto.
L'uomo allampanato prese il disco, lo maneggiò con un'espressione divertita.
- Ma ti piace veramente, allora.
- Saranno belle canzoni - Bruno gli porse il resto.
- Tieni pure le duemila lire. Prenditi l'autobus che piove.
Quella sera il ragazzo lo suonò cinque volte. Fece tardi ma non gliene importò.
L'indomani a scuola non erano previste interrogazioni.
Lo colpirono soprattutto due pezzi: Cuore di cane e Lunaspina.
Cuore di cane gli sembrò una poesia in musica e sognò di essere lui il ragazzo della canzone, in fuga, sperso nel mondo, accarezzato dalla luna.
Lunaspina gli metteva tristezza, e sentiva ogni volta un groppo in gola. Gli parve una canzone di disperazione e speranza ma non capiva quale dei due sentimenti prevalesse.
Ascoltò quel disco tante volte.
Credette di essere l'unico sedicenne che s'emozionasse così, al suono di quelle note e di quelle parole così profonde. Si rincuorò, poi, quando Rosangela, la sua compagna di classe, gli chiese di farle una cassetta con le canzoni del disco. Non si sentì più così strano.
Se chiude gli occhi, adesso, a distanza di venticinque anni, Bruno riesce a rivedersi sdraiato sul tappeto persiano rosso e oro del salotto di casa, di fronte a lui il disco che gira, nelle orecchie il rumore dolce della puntina che scorre nei solchi.
Risente anche il battito lontano di un cuore che corre verso le stelle e non si vuole fermare.
04/03/16
La bettola marsicana
Ieri, mia figlia doveva studiare geometria e geografia.
Triangoli, angoli e Appennini.
Mi sono reso conto che le ho spiegato angoli e triangoli in modo impeccabile, che pure mia moglie s'è stupita. Io odiavo la matematica e la geometria, anche se il mio modo di pensare è sempre stato molto matematico.
Abbiamo studiato gli Appennini. L'orso marsicano, il Gran Sasso, gli ulivi, i falchi, i gufi, il latte, le capre, il formaggio.
E non ho potuto fare a meno di tornare là, con la testa e col cuore.
Ho ripensato a quella sera. Stellatissima e ghiacciata.
Meno diciotto.
Dintorni dell'Aquila. Le dieci e mezza.
Non ne ricordo il motivo, ma era tutto chiuso. Forse era Epifania.
Io e Saverio, uniti in un destino comune, in quel momento.
Io a contenere le sue esuberanze, lui a scrollarmi di dosso le mie pesantezze. Eravamo militari. Avevamo l'"obbligo" di andare in giro in giacca e cravatta e di frequentare locali rispettabili.
"Ho fame".
"Pure io".
"E' tutto chiuso e sono in riserva".
"Troveremo un fast food, un'insegna luminosa, qualcosa".
"Di certo non una pompa di benzina. M'hanno detto che qui vicino c'è un posto nascosto, conosciuto ai camionisti".
"Ottimo. Se ci vanno i camionisti si mangia bene".
"E' molto rustico".
"Ti ricordo che siamo in giacca e cravatta".
"Moltissimo rustico".
"Togliamoci la cravatta, almeno".
"Giusto".
"E se incontriamo qualcuno che ci conosce?"
"Chissenefrega".
"La fai facile tu".
"Senti. Abbiamo fame. E' una bettola. Si mangerà bene. Sta tranquillo. Un giorno di consegna per una cena coi fiocchi. Ci sta, no?".
Trovammo il posto, che da fuori sembrava più una stalla che una trattoria.
La neve era alta, il freddo era tagliente.
Entrammo e fummo colpiti da un fumo indistinto di sigaretta, fritto e sudore.
I tavoli erano vicinissimi. Gli avventori quasi esclusivamente maschi anziani. Chi guardava il calcio in un tv color mivar 32 pollici, chi era impegnato a farsi una briscola, un vocìo ininterrotto, rumore di piatti e bicchieri, di brindisi e rutti.
Qualcuno mangiava con le mani dei cosciotti di non so cosa.
Le bottiglie di vino senza etichetta erano portate in continuazione sui tavoli.
Il colore del vino era rosso rubino. Mi venne voglia di berlo, pur non essendo mai stato un gran bevitore.
La signora anziana si avvicinò chiedendoci cosa volessimo, premettendo che carne non ce n'era più.
"Vi posso fare una carbonara, poi frittata con le cipolle e delle patate al forno".
Saverio mi guardò come a invitarmi ad annuire e a starmene zitto. Fu lui a dire con un sorriso ebete che andava benissimo.
"E il vinello, Saverio?"
"Ma tu non sei astemio?"
"Oggi no"
Ordinammo anche una bottiglia di quel vino rosso brillante.
Arrivarono due piatti enormi di spaghetti alla carbonara. Ci portarono anche una vaschetta di pecorino grattugiato. La frittata era un metro per un metro, le cipolle dolcissime. Le patate, una vagonata, croccanti e bruciacchiate al punto giusto. Il vino, sublime, frizzantino.
Digerii il tutto un paio di giorni dopo.
Saverio si vantò del suo fiuto.
Non ci tornammo più in quel posto.
Forse non era mai esistito.
Chissà.
Perché a volte mi pare che quel periodo della mia vita non mi appartenga più. Che è stato qualcun altro a viverlo. Non io. Probabilmente l'ha vissuto la parte di me che adesso è in ombra, dorme e si risveglia con alcune parole chiave . Questa volta sono state: Gran Sasso, formaggio, capre.
A volte mi sembra che l'amicizia con Saverio, anche quella, non sia mai esistita. Eravamo come fratelli. Poi, finita quell'esperienza, siamo reciprocamente scomparsi dalle nostre vite. Così. Senza un perché.
Eppure, se penso a Saverio, lo sento come un fratello lontano, che abita oltreoceano, nonostante stia solo duecento chilometri a ovest, poco distante da qui.
07/10/15
Due birre
La sala liberty è proprio bella.
Il tetto decorato con fini e armoniosi intrecci di fili di gesso, sovrasta uno spazio racchiuso da colonne di marmo. Siamo seduti, attenti a ciò che dice il presidente. Alzo la mano, dico la mia. Il direttore del personale, una donna elegante coi capelli rossi, molto truccata, viene verso di me. "Come si permette? Le sue parole sono inutili. Non ha capito mai niente e non capirà mai niente. Stia zitto e faccia il suo lavoro, per quel poco che riesce a fare".
Scatto in piedi, rovente, furioso. "Come si permette lei! Ma si è vista in faccia? E' finta! Tutto quello che dice, è finto. Lei è potente, è forte, ma cosa c'è dietro il suo trucco, dietro il fondotinta, il rossetto, cosa c'è? Non comunica emozioni, non trasmette nulla, nulla!".
"Vada via, esca!", mi dice indicandomi la porta.
Vorrei che qualcuno dei miei colleghi si alzasse, prendendo le mie difese. Certo, il presidente non può mettersi contro il suo dirigente di fiducia. Ma almeno i miei colleghi! Muti, increduli, appiccicati alle loro sedie.
Mi sento solo, molto solo.
Mi sento solo, molto solo.
Si alza Pasquale, il fannullone, lo scansafatiche conclamato, quello che tira avanti a forza di richiami disciplinari e sanzioni. E' così dai tempi del militare. Noi a spasso per la città in libera uscita e lui chiuso in camerata, sempre in punizione.
"Vieni, andiamo via, ti offro una birra".
Che faccio? Se vado con lui, sarò per tutti come lui. E' anche vero che oggi ho detto veramente quello che pensavo e ormai non posso più tornare indietro. Ho anch'io un'etichetta.
Ma che vadano al diavolo!
Mi avvicino a Pasquale e usciamo.
Stiamo in silenzio, ci lasciamo dietro di noi il Palazzo con le sue vetrate policrome.
"Dai entriamo al bar" m'invita.
Io mi fermo e balbetto: "Pasquale, ma questo è il bar del convento, vuoi che vendano birra?".
"Entra, abbi fede!".
Entriamo.
Una suora al bancone ci sorride. Ci sono un paio di vescovi, qualche prete e qualche suora. Lo stereo diffonde musica classica.
"Due birre!", chiede Pasquale.
La suora spilla con dimestichezza due bionde. Pasquale m'invita a brindare.
Bevo di gusto. M'accorgo di avere tanta sete. Lo guardo commosso e con riconoscenza.
27/08/15
Una coincidenza

Una piccola anticipazione ve la voglio dare.
Ho dedicato il mio libro a Voi: gli "amici del blog".
Finalmente l'ho partorito.
O lo davo alle fiamme, o lo davo alle stampe.
26/11/09
Non chiamatemi voyeur
Lasagna besciamellosa con speck e radicchio. Dolce e salato affogati nell'amaro. Godimento.
Jazz in sottofondo dà ritmo ai miei bocconi. Piove fuori.
Pranzare da soli non è da sfigati, secondo me. Ti rilassi, parli un pò con te stesso, preferibilmente a bocca chiusa, e, fingendoti indifferente e unicamente interessato all'equilibrio degli ingredienti che scivolano sul tuo palato, guardi ed entri di soppiatto nelle vite degli altri. C'è il marito con l'anulare luccicante che si intrattiene e incrocia i suoi sguardi con l'"altra", il tavolo da sei con i professionisti di qualche studio associato dalle facce scure e imbronciate: sei tristissime insalate evitando gli schizzi alle cravatte e alle camiciole di pizzo sangallo. Degli studenti universitari, probabilmente, quelli dalla vita bassa, in tutti i sensi, parlano e ridono, ridono e parlano, beati loro, digitando freneticamente i cellulari e tirandosi un pò i pantaloni che, seduti, si vede ciò che di solito è nascosto. Poi ce n'è un altro, solo come me, ma non alza la fronte dal piatto. Lui sì che è immerso nei suoi pensieri. Due ragazze mi fissano. Che c'hanno da guardare? Carine, della serie tirocinanti di chissacheccosa alla ricerca di incarichi coccoprò, coccocò, quiquoqua. Coraggio, figliuole.
La solitudine è uno stato mentale, credo. Io mi interesso alla vita degli altri, alle somiglianze che mi legano a questo o a quello o alle differenze che mi distinguono dagli altri; cerco specchi su cui guardarmi per capire quanta strada ho fatto e quanta ne ho da fare e al ristorante, da solo, riesco a mettere una parentesi tra me e la frenesia del quotidiano, fatta di lavoro e impegni familiari, di doveri e necessità di sopravvivenza. Mi prendo una pausa durante la pausa pranzo e guai a chi me la tocca... Scruto e mi scruto.
Ma non chiamatemi voyeur.
09/11/09
I bambini ti leggono dentro e non fanno sconti
Ieri, una domenica in famiglia. Dolce far niente, pranzo senza ricercatezze, termosifoni a palla. Fuori, cielo grigio e un vento che da queste parti è più che raro.
Io e mia figlia abbiamo visto La bella addormentata nel bosco. Pensavo fosse troppo complicato per una bimba di quasi tre anni. Invece, lei è stata attentissima, con gli occhi sgranati e le gambe in tensione, forse un pò spaventata perchè in questo classico Disney la strega è proprio tremenda, luciferina; si chiama "Malefica", mica "Maga Magò" o "Grimilde". M'incanto nel cogliere le sfumature delle sue espressioni. Corrucciata, arrabbiata, serena, incantata e commossa durante il classico bacio finale che conclude quasi tutti i lungometraggi Disney. Sorride, un pò imbarazzata, mi guarda e cerca il mio sguardo di complicità.
Le ho proposto anche uno spezzone degli "Aristogatti", cartone che, in realtà, non mi ha mai appassionato più di tanto. La piccola, invece, attentissima, di scatto si volta verso di me e mi dice: "papà, questo sei tu!". "chi...Romeo?" er mejo der Colosseo?", "Siii, papà sei tu!!!".
Bene. Mia figlia ha ormai un'idea chiara di suo padre. Un randagio, sbruffone e canterino.
E io che ho studiato tanto...
20/10/09
Rivoglio Campobasso e Matera, i ponti, le piazze, le Alpi e gli Appennini!
Scusate ma attraverso un periodo di dissociazione nostalgica (?!). Mi preoccupo. Sto anche rallentando il mio passo rispetto alle novità tecnologiche. Mi sono fermato, ad esempio, all' mp3 e preferisco alle varie soluzioni web regalarmi un cd e sfogliarmi il libretto con i testi delle canzoni. Sento la necessità di avere tra le mani, toccandole, le cose che acquisto. Penso sia grave a 35 anni.
05/10/09
Il mio penny. La mia canzone di ieri.
Mio padre mi diceva: "lui sì che è un artista!". E io, bambino, mettevo nel mio penny questo disco. Non capivo bene le parole, non capivo se era amore, gioia, dolore, rimpianto, sensazione di libertà. Non capivo perchè Don Backy non si vedesse in giro. Un po' come succedeva a Mia Martini. Un amico di famiglia, in viaggio sull'Etna, mise nella sua autoradio "Minuetto" almeno 10 volte di fila e ripeteva: "E' la migliore. E' senza dubbio la migliore". Chissà perchè i migliori sono destinati a soffrire, a lottare per far sentire la propria voce. Don Backy l'ho visto qualche mese fa dalla Clerici, ospite a "Ti lascio una canzone". Beh, credo che quei 10 minuti abbiano spiazzato tutti. La poesia, la limpidezza e la rabbia dolce, mai urlata, erano un insieme magico in una serata come tante altre nei palinsesti della nostra tv. I bambini, impegnati a duettare con le "star", accanto a Don Backy sono tornati bambini, si sono arresi all'insostenibile confronto. Impareggiabile lo spessore delle canzoni nella loro semplicità; difficile, per un bambino, cantare come un adulto che torna un po' bambino, alla purezza e alla freschezza dei sentimenti definiti e netti che solo un bambino riesce a trasmettere.
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