23/06/22

pace

Non nego di avere la tentazione, ancora oggi, di ammazzarmi. Dura un paio di minuti, come un test quotidiano che devo superare e che mi resetta. Superato il test, vivo discretamente. 
Vivo senza certezze. 
Vivo senza dover dare certezze. Ma ho una routine abbastanza strutturata. 
Le certezze sono illusioni che condizionano le vite.
La puntata di Linea Verde realizzò l’ascolto più alto delle ultime tre edizioni. Sentii Maura, dopo la messa in onda, eccitata e confusa; mi inondò di progetti, idee, ospitate per cavalcare l’onda. Mirko s’incazzò per la mia mise da barbone ma era entusiasta anche lui e ipotizzò per me un tipo di abbigliamento, da lì in avanti, bohémien/esistenzialista.
La cosa curiosa è che quelle telefonate me le passò Ethan. Gli chiesi come mai avesse quei contatti. Non mi rispose. Ormai era un ponte crollato, un pozzo senz’acqua, un frigo vuoto, un soffitto sfondato, un cellulare senza scheda.
Realizzai dodici puntate di quella specie di talk show di seconda serata che avevo improvvidamente accettato di fare. La ragazza che mi misero accanto fu davvero carina, discreta e rispettosa. Il titolo che avevano scelto fu “Sentimento sotto le stelle”. Mi opposi, pareva il titolo di un libro romance di infima categoria. E io volevo parlare anche di tristezza, morte, angoscia. Si chiamò “La forza per vivere”. Quel “per” era l’ago della bilancia. La forza di vivere è un’energia che si ha, continua, una base su cui contare. La forza per vivere è esauribile, dunque preziosa, può essere impressa in una scelta, nel bivio che non hai preso, in un volto che ti saluta ogni mattina. Vivi per quello, non di quello.
Non ho un cattivo ricordo del programma. Sono passati cinque anni e ancora mi arrivano richieste di rimandarlo in onda. Ogni settimana intervistavo una persona che aveva deciso di non morire. Morire inteso anche come annullarsi, rinunciare a qualcosa di importante o uccidere un desiderio. La co-conduttrice mostrava immagini, faceva il riassunto della storia e ogni volta si collegava con un personaggio famoso che dedicava una canzone, una poesia o un pensiero alla persona che io intervistavo.
Mi chiesero di rifarlo, faceva dei discreti ascolti, mi offrirono tanti soldi, anche perché c’era di mezzo pure un libro e una striscia pomeridiana. Ma già ero altrove, in quella dimensione che adesso mi ha assorbito e che non abbandonerò.
Stamattina spazzerò il cortile e sistemerò le sedie dell’aula conferenze, domani c’è un convegno sui femminicidi. Devo raccogliere pure le fave. Forse scriverò un paio di pagine del mio nuovo libro.

06/06/22

decollato

Mio padre fissò la data del mio Battesimo senza dire nulla a mia madre. Si sarebbe celebrato nella chiesetta dove anche lui era stato battezzato. Un luogo assolutamente non ameno, tra modeste casette a due piani, cassonetti strapieni e l’odore putrido del fiume Oreto. Ho pochissime fotografie di quell'evento; mia madre senza sorriso, una bicchierata con pochi invitati, nessuna foto in casa che testimoniasse il mio accesso nella grazia di Dio.
Nel cimitero annesso alla chiesa venivano seppelliti i giustiziati, innocenti o meno. Le teste dei decapitati venivano collocate in una specie di piramide in muratura con dei piccoli loculi posta di fronte alla chiesa, così da servire da monito ai fedeli. Un’esondazione del fiume, verso fine ottocento disperse teste, scheletri, atti scritti. Il popolo cominciò a pregare per quelle anime dannate, credette che vagassero per la città e che dispensassero miracoli. Fino agli anni cinquanta molta gente si riuniva in processione per invocare le anime e ottenere risposte. Le preghiere sortivano un esito positivo a seconda dei rumori successivi alle litanie: l’abbaiare di una cane, il pianto di un bambino, il rumore di una carrozza, tutto poteva essere un segno. Il miagolio di un gatto era un segno cattivo, così come il rumore di un secchio d’acqua versato in strada. Chissà perché, forse perché l’acqua cancella ogni traccia.
La troupe staziona con le sue macchine sfavillanti nel piccolo parcheggio antistante la chiesa, circondate da un nugolo di bambini. Le signore alle finestre ci inquadrano coi telefonini. Gli uomini a debita distanza di là del cancello.
Giambattista mi chiede cosa devono fare. Mi sforzo e racconto del mio Battesimo, di mio padre e di mia madre. Prendo dal portafogli un’immaginetta sacra plastificata, una di quelle fatte fare da mia nonna paterna per il mio battesimo. Poco dopo morì. Chiedo a Giambattista e agli altri di seguirmi, come in processione e di riprendere tutto, senza tagliare nulla: il fiume, il ponte, il traffico, la lambretta con l’omino che vende trecce d’aglio, i cassonetti bruciati, i palazzoni di sedici piani sullo sfondo. “Ho bisogno di una risposta dai decollati”, spiego.
Mi fermo sul ponte del fiume. Da bambino ero fiero che la mia città avesse un fiume, non bello come a Roma, Firenze o Verona, ma quel corso d’acqua melmoso l’ho sempre considerato come un elemento naturalistico bizzarro e interessante. Alla scuola media feci una gita vicino alla sua fonte. Lì l’acqua è incontaminata e la natura sembra un paradiso terrestre. Ho sempre associato l’aridità umana a questo fiume che, scorrendo, accumula bruttezza: la natura snaturata dall’uomo. Leggo la prima preghiera sul santino.

Armuzzi mei decollati, novi siti e novi vi junciti.
Davanti u Patr’Eternu vi nni jiti,
Li mei nicessità cci raccuntati,
E tantu li prigati,
Fina chi la grazia mi cunciditi.

Ethan è smarrito, smanetta sul telefonino, si guarda attorno come inorridito. Il regista si diverte, guida gli operatori, coordina le inquadrature, mi guarda e sorride.
La conduttrice mi chiede di tradurre. Lo faccio senza troppi balbettii. Mi chiede anche quale sia la grazia che voglio ricevere. Le rispondo: “la mia pace”.
Sono passati dieci minuti, ci troviamo al Ponte dell’Ammiraglio, a due passi dalla chiesa dei decollati. La conduttrice legge alcune notizie che il redattore della troupe ha trovato velocemente sul web. È un sito d’interesse storico, finalmente. Io ricomincio con la seconda supplica.

Armuzzi di li corpi decollati,
Chi nterra siti nati,
‘N purgatoriu vi stati
‘N paradisu siti aspittati,
Prigati l’Eternu Patri Pi li mei nicissitati;
Prigati lu Signuri Chi li nnimici mi vennu ‘n favori.
 
-          Adesso cosa chiede? – mi fa la conduttrice.
-          Chiedo la pace per le pe persone cui ho voluto bene, la pace interiore, in in intendo.
-          Perché la sua pace, la pace delle persone care? Qual è il messaggio? – incalza la conduttrice.
-          La pace non è assenza di guerra, dentro di noi ci saranno sempre delle forze contrapposte. La pace cu cui aspiro è l’accettaziee, acettazii
-          Accettazione.
-       Grazie. Accettazione di ciò che è nascosto e non si vuol vedere. Solo se accetti tutte le tue parti, puoi amare, puoi a a a aiutare. Pregate per me.
 
Ethan parla con il redattore, mi guarda distratto, accenna a un sorriso.
 
Quando ero piccolo credevo che i decollati fossero delle persone pie volate in cielo, appunto, decollate.
Invece, non c’era Paradiso per i decollati del Fiume Oreto.
Oggi sento di essere un decollato anch'io, senza testa, senza preconcetti sul mondo, senza aspettative. La gente, di fronte alla tv assisterà alla mia decapitazione.
Sento il latrare di un cane, mi giro, lo vedo avvicinarsi, è sporco, un randagio, anzi, una randagia, è incinta, mi scruta, mi inginocchio, mi lecca una mano.

25/05/22

La discoteca

L’adolescenza è un termine inventato dagli adulti per dare un nome a ciò che non hanno capito a quindici anni e che non capiscono nemmeno adesso. Ieri sono andato per la prima volta in discoteca. C’era pure Maria. Mi ha lasciato e preso mio padre. All’uscita mi ha chiesto come fosse andata. “Così”, ho risposto. “Così come”, ha insistito. Ho fatto spallucce. “Niente di che, solo casino”. Ha borbottato una roba tipo “i silenzi dell’adolescente…”. Quando hanno messo Easy Lady, Maria è inciampata ed è caduta sul mio petto e per un attimo non c’ho capito più niente. Odorava di fragola, l’ho abbracciata. Poi l’ho persa tra le luci. Ho annusato in mezzo al sudore della folla. Niente. Scomparsa. Domani la bloccherò a scuola e le chiederò perché è scappata, se è scappata. I suoi ricci neri mi fanno impazzire. Chissà se le piaccio un po’.

19/05/22

Maggio

A maggio ci sono pochi gelati, mi ha detto Ester da dietro al bancone del chiosco Claretta, ma il mio c’è. Una volta le chiesi perché il chiosco si chiamasse Claretta. Mi rispose che ognuno ha i suoi morti da onorare. Non indagai. Del resto, io i miei tre morti me li porto addosso, sul braccio sinistro Marta, su quello destro Ugo e Antonietta. Soffia il grecale, l’unico vento, mi spiegava papà, indecifrabile: non sai se porta tempesta o sereno. Conto quattro nuvole sopra al mio ombrellone. Fanno un girotondo.

Hanno ridotto le palline della Bomboniera? Quando la comprava mamma, ce ne toccavano due l’uno, ora sono solo sei.
Il sapore è sempre uguale. Il posto spiaggia è uguale pure quello, come il verde denso del mare, la gente, volti che riconosco, che mi sorridono con quell’aria di pena inevitabile. La sesta pallina la insabbio. Come il mio dolore indecifrabile.



05/05/22

Fantasia

Off topic.

Siamo alle scene finali del mio protagonista senza nome: il vigliacco. 

Io mi ci commuovo con questa storia. Quest'uomo mi fa una tenerezza incredibile. Sciocco, idealista, illuso; alla fine, un buono. 

Mi serve una canzone per scrivere le ultime frasi di questo viaggio (infernale). È già tutto scritto nella mia fantasia, ho bisogno della colonna sonora che dia il via alla scrittura, che sospinga le dita sulla tastiera. E poi mi fermo. Questa storia mi ha accompagnato per due anni! Mi sono sorpreso, scorrendo i post, mi sembra che l'abbia iniziata l'altro ieri.

Cercando sul web, ho trovato una canzone che ascolto ciclicamente, ogni dieci, dodici mesi, e quando la becco la riascolto almeno una decina di volte.

Si chiama "Fantasia" ed è di Don Backy. Io non ero ancora nato, mio padre amava Don Backy e credo che nello scatolone dell'armadio in salotto questo disco ci sia, solo che da bambino non l'ho scoperto. Però ho ascoltato molto "Poesia" che è altrettanto bella. Solo che questa mi sembra un testamento di un artista, una meravigliosa presa di consapevolezza.

È bellissima, mi fa venire i brividi ogni volta, mi commuove, è una boccata di ossigeno nelle giornate asfittiche. 

Su youtube c'è una versione dal vivo in cui l'artista sta tutto il tempo a occhi chiusi come in trance (faceva così anche Mia Martini e quasi tutti i grandi) e mentre canta arrotola il filo del microfono come per scaricare la tensione, anzi no, come per tessere la tensione. Raffaella Carrà alla fine se ne accorge e glielo fa notare. È un bellissimo cantante Don Backy, con una fine sensibilità inversamente proporzionale alla sua diplomazia. Forse per questo la sua poesia è oggi da scoprire negli angoli remoti del web.

Il testo:

Che farei, senza la mia azzurra malattia
che farei, senza questa immensa fantasia
non potrei certo vedere le finestre
piangere di pioggia nella sera
e non potrei di certo mai sapere
di che colore è un'ora
e non potrei di certo immaginare
che l'aria che ti tocca non respira
e non potrei di certo mai vedere l'acqua, vivere felice insieme al fuoco
che farei, senza la mia azzurra malattia
senza un'infinita Fantasia
Io posso per un'ora
volare nell'eternità del cielo
e per ogni minuto di quell'ora
io vivo come in una eternità
io posso arrampicarmi sopra i rami
scaldare i pettirossi con le mani
pregare il Dio degli alberi
per far che io veda nascere un lillà
Con la mia, grande, immensa, azzurra malattia
per i campi vedo andar la mia tristezza
di neve e solitudine vestita
e posso far bagnare il corpo mio
come se fosse il mondo
L'Europa è la mia testa e pensa
l'America è il mio petto che respira
le braccia l'Asia e l'Africa
e le mie gambe l'Artico e l'Australia
che farei, senza la mia azzurra malattia
E posso dare al mondo anche il mio cuore, perché possano scrivere su di esso
una parola: amore
Il video: 
https://www.youtube.com/watch?v=4U20I9jWA38