23/12/21

Buon Natale



Carissime e carissimi, 

da due anni, nei ritagli di tempo, sto scrivendo quello che originariamente doveva essere un racconto. Adesso è un romanzo. Non so come sia, non so se fili, sicuramente devo correggerlo, cambiare alcune cose, ma mi è servito molto. E sono già affezionato al mio protagonista senza nome. Mi mancano gli ultimi due capitoli, che ho nella mente e nel cuore. Sono fondamentali. Chiudono un cerchio partito da un viaggio che il Senzanome fa, senza sapere cosa gli avrebbe riservato.

Forse avrei bisogno anch'io di un viaggio senza obiettivo, di una scoperta senza meta: il quotidiano mi sta opprimendo. Questo clima mi sta opprimendo. È stato un anno difficile. Per vari motivi: robe di salute fortunatamente affrontate e si spera superate, situazioni familiari e lavorative che sembravano vicoli ciechi e invece adesso vedo albe e tramonti. 

L'età avanza. Io è come se rimanessi nel limbo dei trent'anni. Cioè, dentro me ne sento ancora trenta, forse è un bene, forse no. 

Questo blog stavo per chiuderlo. Poi è apparso nella mia mente Senzanome ed è stato come seguire i passi di un amico. Sembra follia, eppure, nonostante sia un riflesso di me e una proiezione della mia anima, Senzanome è diventato un mio amico, e mi dispiace lasciarlo. Lui crede di essere un vigliacco, devo fargli capire che no, non lo è.

Auguro a ognuno di voi che passerà da qui, volontariamente o meno, un sereno Natale. E che l'anno nuovo vi porti amicizia e abbracci non scontati. Vi arrivi il mio, di abbraccio, forte, per iniziare.

Bruno

16/12/21

Dopo la pioggia

Non posso sentirmi in colpa per le disgrazie di Melc. Ha chiuso i negozi non a causa mia. Chi mi ha aggredito si farà un altro paio di mesi in galera e poi uscirà. In tribunale, il padre del ragazzo della lapide ha detto che era scappato per la paura e che non aveva visto niente ma che gli ero sembrato un pazzo. Gli avvocati dei due hanno puntato sulla mia instabilità, le finte ospiti della parruccheria hanno testimoniato che urlavo, che Melc mi aveva proposto un taglio alla moda e che io avevo preteso la rasatura a zero, incomprensibilmente. Melc ha detto pochissimo, solo che non sapeva perché fossi a Palermo e il motivo della mia bizzarra richiesta. I due scagnozzi sembravano due figli di famiglia, quella mattina, di fronte al giudice. Dicevano di essere stati amici del ragazzo della lapide, che non era vero che avessero strappato i fiori dal vaso e offeso quel padre, il padre del loro amico. Il giudice non ha creduto a una sola parola, i due avevano un papello di precedenti, come il presunto amico, gli ultimi reati legati al pizzo alle attività commerciali della zona.
Mi piace riascoltare il racconto di ciò che la mia mente non ha registrato. Non credo di essere stato coraggioso. Sono stato fortunato, piuttosto. Impulsivo. Non ricordo di essere stato un uomo impulsivo nel mio passato. Ciò che ero non esiste più. Ciò che sono lo sto scoprendo, e non ho timore di scoprire aspetti di me nuovi. Sono tutto nuovo, del resto. Parlo male, zoppico, piango per niente. Forse faccio pena. E se anche fosse, non m'importa. È un’esperienza stranissima ascoltare le tue azioni senza che te le ricordi; come dipendere dalla mente di un testimone, come un cieco che si fa descrivere il mondo da un vedente.
Ci sono rimasto male che Nicolai non verrà stasera. Elvis avrebbe potuto giocare con i figli di Chiara e Giacomo. È venuto anche Nicolai al mio capezzale, mentre ero in coma. È stato undici minuti con me, risulta dal foglio che mi hanno dato quando ho lasciato la clinica. Undici minuti, per uno che non è un mio amico, è tanto. Qualche giorno fa mi ha chiamato e mi ha ringraziato per le opportunità di lavoro che gli arrivano. Gli hanno proposto una collaborazione fissa in un club di Roma nord, un posto molto rinomato, frequentato da personaggi dei media e dello spettacolo. Non avrà più bisogno di me. Sento che, al di là della gratitudine, non scontata, la gratitudine non è mai scontata, tra me e Nicolai non si sia sciolto l’antico nodo. È uno smacco al mio senso di onnipotenza. Posso anche essere non amato, posso sentire di non essere amato: Angela ha torto. Il mio destino è anche quello di non essere amato. Ci sono, forse, nodi, grumi di emozioni e di esperienze, difficilmente risolvibili, scioglibili. Puoi metterci l’anima e tutte le energie che hai per cambiare un evento lontano, per ricucire, ricominciare una relazione interrotta, portarla allo scoperto, lavorarci su, ma la forza che ha contraddistinto quel momento, l’incrocio emozionale e mentale che ha stretto quel nodo, si rivelano troppo resistenti: il presente non può smuovere, cambiare il passato. Non sempre.
Scrivo un messaggio lo stesso:
“Se vuoi passo a prendere Elvis verso le sette. Ci sono altri bambini stasera”.
Tre minuti.
“Alle sette te lo molla mia moglie”.
Non so se il nodo sia ancora lì, se sia un po’ più molle. Nicolai mi affida suo figlio. E sono felice così. Chi affida il proprio figlio a un altro, affida un pezzo di sé, il pezzo più prezioso di sé. 
Passiamo da via Oreto, pre-prendiamo il figlio di Nicolai.
Sai che l’ho incontrato a Roma?
Dove?
Agli studi Dear.
Che ti ha detto?
Che ha firmato un contratto per un programma di seconda serata e che sta meditando di trasferirsi a Roma. Non lo sapevi?
Non rispondo a Ethan. Faccio spallucce. Il cielo si è schiarito, esco. Respiro l’odore di verdure bagnate e di questa terra che mi sta ospitando, terra feconda se sai curarla, che ti ama se sai amarla. Un arcobaleno incorona la valle. Tra pochissimo la illuminerà il sole. Ho una gran voglia di piangere, perché ho già deciso ciò che farò dopodomani. 

09/12/21

Preparativi per la cena

Stamattina pioveva. Mi ha chiamato Angela. Mentre le descrivevo il mio piede, che ora fa una circonvoluzione completa, e le ho recitato Trentatré trentini, inceppandomi solo alla fine (m’è venuto fuori trottorlolando) ho scoperto cos'è il non-amore.
Il non amore non è l’odio o l’indifferenza, non è un’altra cosa, un altro sentimento. Perché se volessi trovare un altro sentimento che mi lega ad Angela, non lo troverei. Le voglio bene ma non provo amore, non è una mia amica, perché non le racconterei tutto, per esempio, che mi vedo con un’altra. Ma in questo percorso di trasparenza con me stesso, la posso chiamare così questa fase della mia vita, ho deciso di dirle di non sperare in un futuro insieme. Stavo per dirglielo, l’ho chiamata Chiara. Mi ha chiesto chi fosse. Le ho spiegato in poche parole che è una vicina, che è la vedova di un mio compagno di scuola. Mi ha chiesto se tra noi fosse nato qualcosa. Sono stato in silenzio, che è il rumore di fondo del non amore, forse. Ha ridacchiato e mi ha detto che il mio destino sarà quello di essere amato ma di non amare. E ha chiuso.

Un tuono enorme. Sembrava avesse smesso. 
Mi dispiace per Angela. Che probabilmente ha ragione sulla questione dell’amare. Chiara mi attira come un paesaggio pieno di contrasti. Se fosse una città sarebbe Trieste, una zona di confine che ha il mare, che non ha il calore della città di mare ma l’alterigia di una città alpina. Non ho capito, poi, quanto stia vivendo ancora il lutto, quanto sia forte il legame con Saverio, quanto agisca indipendentemente dall’ipotetica approvazione di Saverio e quanto voglia tutelare i suoi figli. Una volta, una donna che intervistai a “Parole d’amore”, che era rimasta vedova giovane, alla mia domanda se il tempo aiutasse a superare il lutto, rispose che il lutto è la fede che hai al dito. Puoi far finta di divertirti ma quando guardi la fede, tutto il male del mondo ti assale e puoi solo distrarti, sforzarti di distrarti, per non esserne travolto, per non essere inghiottito da un vuoto che hai vissuto e sai com’è. Non ci si rifà mai una vita, diceva quella donna, si addobba il proprio lutto, lo si colora. Parlai con gli autori, dopo. Gli chiesi di avvertirmi prima dello spessore delle persone che intervistavo. Mi avevano detto casalinga, vedova, ex collaboratrice scolastica, e rimasi spiazzato da quelle parole. Seppi solo dirle “si può elaborare il lutto, ma se ci si chiude al nuovo e al bello che c’è, il lutto diventa eterno”. Lei mi sorrise e non replicò.

Adesso trovo la mia domanda assolutamente stupida, il mio pippone finale fastidiosamente zuccheroso e la risposta di quella donna, lucidissima.

Tra poco arriva Ethan. Stasera siamo da Giacomo. Ha organizzato una specie di cenone per ringraziare il benefattore dei Danisinni. Marika, così si chiama la ragazza dell’associazione del quartiere, ha allertato tivù e giornali. Giacomo mi ha detto che avrei potuto invitare chiunque. L’ho detto a Chiara, che si farà trovare lì con i figli, ho scritto un messaggio a Nicolai, vorrei rivedere Elvis soprattutto, ma mi ha detto che sta preparando una cosa per la televisione ed è di prove. Sarà la mia prima uscita pubblica. Mirko e Maura non lo sanno. Avrebbero mandato gli avvoltoi di “Pomeriggio col cuore” a fare una ipocrita telecronaca.
Ecco Ethan. Gli ho detto di noleggiare una macchina. Ha preso una sobria Skoda. Entra in casa, ci abbracciamo.
Mi fai una rasatura coi fiocchi?

Hai tutto? Schiuma, rasoio…

Sì, ho tutto. È sulla lavatricitre.

Di', l a v a t r i c e

Lavatrice.
Bravo.
Gli luccicano gli occhi.

Hai scelto i vestiti per stasera?

Metto un jeans e una maglia, non devo fare passerelle. Ci sarà la titivù localele, niente di trascendentale.
- Trascendentale! Hai detto trascendentale e l'hai detto bene! Domani parli tu.

Non  sono pronto.

Domani tu parli

No!
Ho saputo che è venuto mio padre.

Chi te l’ha detto?

Non sono affari tuoi.

Ah, bene. Grazie!

Ho lasciato qualche sentinella in questo posto di merda.

Cos’ha voluto?

Niente di importante.

Spero che non ti abbia disturbato troppo.

No, tranquillo.

Ha voluto soldi?

Sì.
Te li restituisco.

Nemmeno per idea.

Dimmi quanto gli hai dato.

No.
È un pazzo.

Lo credo anch’io.

Tornerà. Ti chiederà ancora.

Ethan sbatte il pugno sul tavolo.

Non sta bene. È un narcisista fuori di testa. Ammazzerebbe per i soldi, lo so.

Tua madre?

Vuole denunciarlo. Non ha trovato delle cose in casa, dice che è pericoloso per se stesso e per gli altri, il negozio è chiuso da un paio di mesi. Lui non si sa dove vada. Forse a giocarsi i soldi. Io non ci voglio entrare in questa faccenda. Nemmeno tu, ti prego. Appena arriva chiama i carabinieri, quello è pazzo. È convinto che ha chiuso il negozio per colpa tua e mia, soprattutto. Ti dovevo lasciare morire secondo lui.

Come lo sai, ci hai parlato?

Me l’ha detto mia madre. Quello è un pazzo paranoico.

Io sono un terappeuta, ragazzo.

Lo so, lo so, ma chiamali lo stesso i carabinieri, se dovesse tornare. Fatti un cancello, delle telecamere. Sei inerme qui. Vivi come cinquant’anni fa. Ma il mondo fa schifo. E mio padre è in giro.

Ethan si lava le mani, prende una bacinella d’acqua calda, la schiuma da barba che mi sono fatto portare dai figli del fruttivendolo e il rasoio.

Perché mi hai salvato?

Perché non avevo nessun’altra missione in questa vita. E perché tu hai salvato me. Adesso non mi fare piangere per favore. Anche la barba? 

Che dici?

Io la lascerei. Ti fa bello e maledetto.

La lasciamo anche per domani?

Naturalmente.

Sei pronto per domani?

Io sì, tu?

Spero di non averti confuso, con tutti quei nomi, i Santi, le Ma-Madonne.

È un itinerario strano. Dici che piacerà al turista tipo?
Ma io non pa-parlerò, anzi, tu non parlerai al tu-turista tipo, io parlerò a me stesso. Tu parlerai a me stesso.

Domani c’è Linea Verde. Sono emozionato e non vedo l’ora.
Ne hai bisogno?

Di cosa?

Di parlare a te stesso.

Tutti ne abbiamo bi-bisogno.

Ethan ha una mano delicatissima. Domani voglio ricostruire la mia casa, la mia identità. Sarà un percorso in un certo senso egoistico. Userò la trasmissione per ricompattarmi, ricostruirmi e decidere il da farsi. Le api sono troppo impegnative. Ho detto ai figli del fruttivendolo di trovare qualcuno che possa curarle al posto mio. Hanno bisogno di troppa dedizione, di troppo amore, le api. Sono come dei figli. Io non ce la faccio. Credo che sia il primo scollamento del me nuovo con questa realtà.

Posso mettere un po’ di musica?

Accendi la radio.

Ho delle canzoni sul cellulare.

Mette la versione di The bridge over troubled water di Aretha Franklin.

Preferisco quella di Roberta Flack

Adesso la metto.

La voce angelica dell’artista inonda la stanza, chiudo gli occhi. La lama scorre dolce sulla mia cute. Un tuono lontano, forse il temporale sta scemando.

Raccontami dell’incidente.

Ethan ferma la mano.

In che senso? Hai un mare di carte sull’incidente.

Raccontamelo da un altro punto di vista.

Ho detto tutto, veramente tutto. Non so da che punto di vista raccontartelo.

Non attenerti alla cronaca, raccontamelo come se fosse stato un bambino a vedere ciò che è successo.  Anzi, un angelo, come se un angelo fosse stato sopra di noi quel giorno. Ne ho bisogno, davvero

Non capisco.

Non capire. Raccontami.

Piove forte, un lampo illumina questa giornata così cupa e rischiara tutta la valle. Mi sto facendo suggestionare da questa canzone. Voglio risentire ciò che mi è accaduto. Non trovo una logica per ciò che è successo. Non mi riconosco in quell’uomo svenuto per terra.

È un esercizio di teatro? Una prova per domani?

Se vuoi prendila co-così. Dimmi, racconta!

Allora… Nel salone c’è un signore famoso che si sta facendo rapare i capelli a zero dal padre di Ethan, che è nascosto nello spogliatoio. Ethan ha un sacco di paura e piange, trema tutto. Non sa cosa stia accadendo a quel signore, che comincia a urlare, si alza, dà dei soldi in mano allo shampista Matteo che è imbambolato, come tutti, là dentro, come la signora Pina del panificio, come le sue amiche venute per fare scena. Perché quella era una scena inventata e quel signore famoso l’ha scompigliata. Vado bene?

Sì, sì, vai. Rimetti Roberta Flack.

Stessa canzone?

Sì.

Allora lui esce e io dico una parolaccia a mio padre, anzi no, scusa, Ethan dice una parolaccia a suo padre, gli dice uomo di merda e scappa anche lui piangendo e inseguendo il signore.

Chiamalo Diego.

Okay. Diego corre, Ethan lo insegue. Perde qualcosa, forse il portafogli ma va troppo veloce e Ethan non ha buone gambe. Ethan lascia il portafogli per terra. Poi Diego si ferma. Improvvisamente. Si accarezza la testa, si avvicina a un palo della luce, dove un uomo sulla sessantina sta cambiando dei fiori in un vaso. Due ragazzi, due loschi individui, Ethan li conosce. Li conosce troppo bene, si avvicinano all’uomo e sputano sulla lapide, una piccola lastra di marmo con la foto di un ragazzo biondo. L’uomo è il padre di quel ragazzo, cerca di dire qualcosa, uno dei due criminali, perché tali sono, strappa i fiori da vaso. L’uomo si inginocchia, altri sputi. Allora Diego chiede qualcosa. Ethan è terrorizzato. Non c’è più nessuno in quell’angolo di città. Diego si mette davanti all’uomo inginocchiato, urla di lasciarlo stare. I due prendono per le braccia Diego e cominciano a dargli dei calci. Uno lo blocca e lo butta per terra. L’altro gli dà dei calci nella pancia. Diego tossisce. L’uomo si alza e scappa. Uno dei due criminali solleva Diego e lo spinge verso il palo. Diego sbatte forte la testa, cade e sbatte ancora la nuca sul marciapiede. Ethan allora interviene, urla anche lui, i due lo prendono in giro, Ethan ha già chiamato il centododici. A duecento metri c’è una caserma, quelli scappano, Ethan si inginocchia, Diego sembra morto. Torna l’uomo dei fiori e invece di rammaricarsi, dice che Diego non si è fatto i fatti suoi, che adesso è nei guai, siamo tutti nei guai. Arrivano i carabinieri. Arrivano due ambulanze. Il resto lo sai.

Cosa dice l’angelo?

Boh? Forse… beh, forse dice “io ti salverò” oppure “esistono gli angeli anche sulla terra” o “non esiste il confine tra follia e coraggio”.

Sono stato folle?

L’angelo forse direbbe: in questa città di merda è tornato un uomo coraggioso.

07/12/21

Una visita attesa

Ieri è venuto Melch.

Stavo cacando riparato da due pale di fichidindia. Da quando Chiara viene qui senza avvisarmi, comincio a nascondermi.

Me lo sono visto improvvisamente davanti. È ancora più ingrassato, respira a fatica.

Mi aspettavo la sua visita. Non così tardi, però. Non mentre cacavo.

Melch non mi ha mai visto nudo. Non avevo nulla con cui coprirmi e ancora non avevo finito. L’ho guardato e l’ho salutato. Ha fatto una battuta stupida sulla carta igienica, sulle foglie, ma non stavo a sentirlo, non volevo sentirlo, mi dava fastidio, era lì che mi fissava, non distoglieva lo sguardo, gli ho dovuto chiedere di aspettarmi in soggiorno, che era aperto.

Quando l’ho raggiunto, senza mutande, mi ha chiesto che razza di vita facessi. Non gli ho risposto, mi sono vestito e gli ho offerto un caffè. Non ce l’ho con lui. È un miserabile, grezzo e insensibile. Fa quasi tenerezza. La vita l’ha forgiato in questo modo. Non è colpa sua. Ma mi infastidisce la sua presenza, perché è pur sempre il padre di Ethan, e conosco la devastazione nell'animo di quel ragazzo. Dopo l’incidente, credo di aver debellato la rabbia che mi legava a Melch. Sono venuto a Palermo non tanto per aiutarlo, ma per dimostrargli qualcosa, non ero tanto interessato al suo problema, perché ero ancora arrabbiato con lui; non si può aiutare qualcuno con cui sei arrabbiato. Ho superato anche l’offesa. Ho capito che utilizza le persone. Ha usato me. Usa suo figlio.

Dopo un’antifona in cui grondava di vittimismo, in cui ripeteva con una cantilena infantile che non ha mai avuto un rapporto sereno col figlio, che è sempre senza soldi, che è sfortunato, che la gente si approfitta del suo buon cuore, anche sua moglie, che lo cornifica da anni, ma il negozio è suo, l’ho messo alle strette, chiedendogli il vero motivo per cui fosse lì.

Mi ha chiesto dei soldi.

Miserabilmente dei soldi.

Con un giro di parole assurdo mi ha fatto capire che gli dovevo dei soldi. Perché suo figlio non lo aiutava più in negozio, perché faceva la bella vita a Roma senza degnarlo di un quattrino, perché aveva perso suo figlio a causa mia.

Non ho avuto voglia di controbattere, anche perché ho capito il gioco che fa con tutti - poveraccio – ovvero quello di colpevolizzare e sedurre, sedurre anche coi giri di parole, con quel suo fare fanciullesco.

Ha notato le mie difficoltà, sempre meno per fortuna, di linguaggio, mi ha stretto il braccio, ha fatto finta di piangere e voleva abbracciarmi.

“Dovevi rimanere in negozio, dovevi stare là, ti dovevi far tagliare i capelli!” mi ha detto.

L’ho allontanato. Mi ha guardato con odio, con l’odio di uno senza soldi, dipendente dai soldi, con l'odio di un drogato. Mi ha detto che ho plagiato suo figlio, che Ethan è un debole, che suo figlio ha dato il culo a mezzo quartiere e che lui ha cercato di difenderlo, di proteggerlo, che non avevo il diritto di sostituirmi a suo padre, che il mio era un modo per vendicarmi di chissà quale torto che ritenevo avessi subito, lui che mi aveva voluto bene come si vuol bene a un fratello.

Ho temuto per la mia incolumità e gli ho firmato un assegno. Ho chiarito che sarebbe stato l’unico.

Povero Melch. Gli do un paio d’anni di vita, al massimo. Sta impazzendo. Forse è drogato davvero.

Mi sono fatto due spaghetti alle vongole. I figli del fruttivendolo mi portano spesso dei barattoli che fa la madre. Sugo di vongole, stavolta. Era buono. 

Quando non puoi distruggere più la vita degli altri, cominci a distruggere la tua. A questo ho pensato, dopo che Melch se n'è andato. Mi ha colto anche un'emozione strana, come di svuotamento, e di tristezza, e di rimpianto. Rimpianto per aver dedicato del tempo della mia vita a quel ragazzo, per averlo chiamato amico, per non aver capito, allora, in che rete mi fossi impigliato.

Quando mi hanno dimesso dall'ospedale, l'infermiera mi ha consegnato un foglio con tutte le visite che ho ricevuto mentre ero in coma. Uno degli ultimi giorni di incoscienza mi è venuta a trovare Francesca. Chissà cos'è venuta a fare. Non so se cercarla, per ringraziarla della visita. Credo che non lo farò, perché lei è stata un nodo di quella rete. E io posso dire di esserne fuori. Dopo venticinque anni. Dopo un viaggio assurdo, un incidente ancora più assurdo e dopo un coma. 

Mi sembra pazzesco pensare a come l'essere umano spesso abbia bisogno di un intricato lavorio mentale, di lunghi viaggi fisici e psichici per superare una sciocchezza. 

Qualche giorno fa mi sono reso conto di non aver chiesto a Chiara che lavoro facesse. Le ho scritto un messaggio. Mi ha risposto con una faccina che ride e mi ha mandato un link. 

Lavora come contabile in un negozio di articoli per cerimonia, vestiti da sposa, liste nozze. "Ho una laurea in lingue ma". Così mi ha scritto. Poi mi ha chiesto "E tu, che lavoro fai?". "Non lo so" le ho risposto. "Il contadino, forse" ho aggiunto. 

Chiara, alla fine dello scambio mi ha scritto questa cosa, che non riesco ad interpretare, non ci riesco proprio: "Prima di decidere, di decidere qualsiasi cosa, pensa a te stesso, a ciò che vuoi veramente, non interessarti di quello che si aspetterebbero gli altri da te o di quello che sarebbe giusto aspettarsi da te. Sei tanto buono ma non sforzarti di esserlo di più".

Ho pianto. 

06/12/21

Meteora

Chiara è tornata di sabato. Assieme ai suoi bambini.

Non è strategia, ne sono certo. Non abbiamo parlato di maternità e paternità, del fatto che so che non avrò mai un figlio e del desiderio di riempire di me un altro essere umano. I bambini sono carini, mi hanno portato un disegno: ci sono io con una corona in testa in un prato di fiori rossi. L’abbiamo appeso sul frigorifero.

Quando siamo rimasti soli, mentre i bambini stavano cercando tesori sotto gli ulivi, le ho chiesto di raccontarmi di Saverio, cioè, di raccontarmi l’idea che Saverio avesse di me. 

Anche Saverio non mi considerava un vecchio amico. Aveva seguito il mio percorso e mi stimava ma non le ha mai parlato di me con trasporto emotivo. Per Saverio ero un taciturno dall'anima grande venduto allo spettacolo. Le aveva parlato delle nostre camminate vicino al laghetto, del carattere mieloso di mia madre che nascondeva uno spiccato dispotismo, che ero bravo in latino e che mi passava i compiti in classe di matematica, e niente di più. Del resto, non c’è stato niente di più tra me e Saverio, se non una rispettosa, leggera e breve frequentazione tra compagni di classe. Le ho chiesto di descrivermi Saverio, me lo ricordavo un po’ insicuro, gliel'ho detto, Chiara mi ha squadrato come se avessi proferito un’eresia. “Era un uomo molto forte, di una solidità sana, di una generosità rara, non meritava la malattia. Amava i suoi figli in un modo che non saprei definire. Ancestrale. Ecco, sì, ancestrale. È stata una meteora che è diventata stella”.

Chiara non sa delle mail di Saverio, né io le ho detto nulla. Le sarebbe apparso in sogno dicendole di venirmi a trovare perché un’anima serena in campagna è parte della natura, un’anima tormentata affoga nella natura, come nelle sabbie mobili. Così le aveva detto. Lei è rimasta spiazzata perché l'ha sognato pochissime volte. Mi ha detto che non crede nell'aldilà ma nella rinascita dei morti, ma non in termini religiosi, per lei la rinascita potrebbe avvenire anche nel cuore di una persona o in un incontro casuale. Per questo è venuta a trovarmi, per capire.

L'ho guardata come si guarda un hare krishna che danza di fronte a un presepio. Ha capito, ha cambiato discorso, mi ha chiesto se avevo topi in casa, le ho detto di sì, forse, ma che non mi avevano ancora rosicchiato niente.

Al pomeriggio mi sono fatto aiutare dai bambini a fare i calzoni. Ci abbiamo messo salame, spinaci, pomodoro e mozzarella. Li abbiamo infornati e ci siamo seduti di fronte al fuoco del forno a legna.

Ho dato ai bambini dei Topolini degli anni Ottanta che ho trovato qui, in un baule. Mentre i bambini erano assorti nella lettura, ho detto a Chiara che sembravamo una famiglia. L’ho detto spontaneamente, senza malizia, lei non mi ha risposto, ma ho letto sul suo viso un incommensurabile dolore; si è scostata i capelli dalla fronte e mi ha guardato con quel suo sguardo da istitutrice tedesca, poi ha sospirato e gli occhi le si sono inumiditi, come al solito, come ad aver perdonato una mia mancanza. Mi ha detto che loro non saranno mai più una famiglia. Ci sono rimasto malissimo, mi è passato l’appetito. I calzoni erano buonissimi, Chiara ha mangiato anche la mia metà. Mangia tantissimo. Non so dove lo metta il cibo. I bambini alle nove avevano già sonno, sono andati a casa a piedi, volevo accompagnarli, Chiara ha guardato il cielo scuro con una luna immensa e mi ha spiegato che in quei cinque minuti di strada sarebbero stati accompagnati da più di un astro. Li ho lasciati andare.

La notte, dopo un sacco di tempo, mi sono sentito solo. Ho scritto a Pietro ma non era disponibile. Ho chiamato Giacomo che era mezzanotte. Al ristorante c’era un addio al nubilato. È stato gentile come sempre ma ho capito che doveva gestire una ventina di ragazze ubriache, dunque non l’ho trattenuto. Ho scritto, allora, una poesia. L’ho intitolata “Soli”.

Niente puoi fare quando il vuoto ti assale, come un lupo che azzanna un piccolo animale. Solo affrontarlo senza velleità di vittoria. Solo. Camminarci dentro, sperare in una luce, in una stella lontana, che ti mostri la strada, che cambi la tua ineluttabile storia. Sfidare il vuoto con lo sguardo più truce non ha senso. Il vuoto è solo assenza di amore, nessun ricordo, nessuna passione. Folle, sfidare l’assenza d'amore con l'odio, l’abbandono con la violenza. Camminare dentro il vuoto e sperare in una luce, o in una voce, sì, meglio una voce. Ecco cosa fare: sperare in una voce.

È una poesia del cazzo. Io non so scrivere poesie, non conosco cosa sia la metrica, zero proprio. Quella luna, però, mi ha così commosso e mi ha fatto sentire così assolutamente solo che ho dovuto celebrare quella sensazione. L’ho scritta in bella su un foglio A4, la poesia, e l’ho chiusa dentro il baule.