02/09/21

Sorpresa, attesa, accettazione

Ho paura. Ho paura come quando da bambino pensavo che qualcuno avesse rubato le chiavi di casa ed entrasse di notte sterminando tutti. Mi rintanavo sotto le coperte e ripetevo il Padre nostro. 
Non ho mai creduto all'inviolabilità di casa mia. Mi sono sentito perennemente vulnerabile, indifeso. Nonostante mio padre avesse la pistola sotto il materasso e mia madre, insonne, tendesse l'orecchio come un gatto fintamente rilassato.
Questo giro di chiavi è femmineo, molle. Sento il rumore di scarpe col tacco, poi altri passi, come dei tonfi, irregolari. 
Lei ride sommessamente. Lui le dice che deve andare a prendere Nino all'asilo.
Lo Curcio. Ada.
Sono confuso. Che avranno da dirsi a casa mia? 
La sorpresa è un'emozione stupida e balorda. Scuote ma non rassicura, né sconvolge. Dura un attimo. Sono sorpreso.
La sorpresa è un'emozione cui ne segue subito un'altra.
Sono bravo con le emozioni. Le riconosco tutte, le riconosco subito. Ci ho fatto la tesi di laurea. La sorpresa è un'emozione asettica. È un lampo, un tuono, un tonfo. È l'emozione successiva che la permea di colore. 
Sono sorpreso e un po' arrabbiato, no, non arrabbiato, incuriosito, piuttosto: attendo. L'attesa è ciò che provo adesso. Attesa che Lo Curcio si lamenti dell'acqua della grondaia, o della polvere sbattuta sulla biancheria stesa da sua moglie. Speranza. La speranza non è un'emozione. È attesa mista a fiducia. Che bella parola speranza. Una parola aperta, mi fa pensare a un cielo con delle nuvole vaporose che si scostano per far spazio al sole.
Non vanno né in soggiorno, che è alla sinistra della porta blindata, né in cucina, a metà corridoio.
Vanno oltre.
Paura, nuovamente paura. 
Ada lancia le sue scarpe, poi un tonfo sul letto. 
Bambina mia le dice lo Curcio
Paparino bello risponde Ada.
Leccamelo. 
Non sento più nulla. 
Ce la fai? - gli chiede Ada dopo un po'. 
Lui ride.
Ora stenditi, troia le dice
Mi accascio per terra. Mi porto le mani alla testa. Profanazione del letto dei miei. Orrore. Vergogna.
Lei ansima. Lo Curcio le dà delle sculacciate.
Sei monella
Tu pure
Tu di più
Paparino riempimi.
Lui sospira, emette un grido strozzato. Un altro sculaccione.
Brava bambina. 
Accarezzami. Ti prego. Sì, così, sulla testa, ancora, accarezzami.
Lo sento alzarsi, andare in bagno, zampilla l'acqua del bidè. Apre un cassetto. Si starà asciugando. Torna in camera, si riveste. In bagno adesso ci va lei. 
Nino disegna che è una favola. 
Lo so, l'altra volta mi ha regalato un foglio con un tramonto e il mare. 
Dice che è innamorato di te e da grande ti vuole sposare. 
Io non mi sposerò mai con nessuno. 
Smettila di dire cazzate, picciridda. Certo che ti sposerai.
Non capisci.
Sei bella, giovane, generosa.
Non capisci.
Che devo capire, Adù?
Abbracciami. Anzi no. Vattinni, và, che u picciriddu macari aspetta.
Ho venti, hai resto?
Dammeli la prossima volta.
Lei rimane in camera. Lui apre la porta blindata e se ne va.
Mi sento privo di forze. Vorrei arrabbiarmi, urlare, ma non ce la faccio. Quasi mi viene da ridere.
Ada si soffia il naso. Ancora. Sospira. Adesso parla al cellulare. Dà indicazioni. 
Salite uno alla volta. Non siete in divisa, vero? 
Va in cucina. Apre il frigo. Borbotta qualcosa che non afferro. Avrà visto la bottiglia di succo a metà. Chiude il frigo. Suonano.
Entra qualcuno.
Metti sull'attaccapanni dice lei 
Il suono di un bacio sulla guancia.
Ollio dov'è?
Non chiamarlo così che s'incazza. 
Accento romano. La voce è di ragazzo.
Lo dobbiamo mettere a dieta, sarebbe pure carino.
Magna per nervosismo, ha un sacco di responsabilità, un sacco de rogne. 
Io non ho mai capito chi comanda tra di voi.
Quello ride.
Suonano.
Tu intanto spogliati  lo invita.
Mi nascondo in veranda. 
Lei apre.
Vi avevo detto niente divisa.
Siamo di smonto notte.
La voce è bassa, melodiosa, l'accento è di qui, forse della zona di Trapani.
Vanno in camera. 
Ridacchiano tutti e tre. Lei nota un calzino bucato di uno dei due. Il primo arrivato fa una battuta che non capisco, mi rimetto vicino alla porta di camera mia. Origlio, tremo. 
Ada scopa a casa mia, a casa di mia madre. Ed è anche colpa mia. Ha iniziato subito dopo aver messo mamma al pensionato. È così. Non l'avrebbe mai fatto, o magari lo faceva pure prima, quando badava a mamma. Dovrei sentirmi tradito, ingannato.
Forza, dormite stamattina!? 
Siamo di smonto notte, te l'ha detto! 
È quello con la voce di ragazzo, a replicare. 
Non provo più sorpresa, né rabbia, quanto accettazione. Sto accettando la cosa. E mi sento eccitato. Mi faccio schifo, dovrei sentirmi offeso, fare una scenata. Attendo, attendo i loro rumori, le loro voci, i sussulti che verranno, i loro gemiti. Mugolano solo i due. Ada non fiata. Dopo cinque minuti c'è un rumore come di frusta. Uno dei due, quello con la voce melodiosa le dice di fare piano. Lei dà un'altra frustata sul pavimento.
Oggi non mi piacete. Ma chi ssiti addummisciuti? Sveglia! Ora vi fazzu u cafè. Ada ride, una risata d'attrice, sforzata.
Ancora una frustata, questa volta sulla pelle. Il più giovane la insulta. Lei gli dice di continuare, batte le mani e detta il ritmo con il tacco. Il più anziano geme, i suoi gemiti sembrano miagolii.
Il più giovane dice che sta venendo. 
Ora puoi mettermelo dentro gli dice Ada. 
Ada accompagna le spinte di lui con dei vocalizzi. Sono quattro spinte. Il ragazzo le dice che ha fatto.
L'altro dalla voce melodiosa dice che sta venendo pure lui. Ada lo invita a penetrarla. Otto mugolii dell'uomo che sembra soffrire, non godere. Poi comincia a tossire e a chiederle scusa, glielo chiede più volte; l'altro è già in bagno. Sbircio nell'ingresso. Sull'attaccapanni due giacche, una di un colonnello, sarà una 54, l'altra, molto più stretta, di un brigadiere.
Il solito? chiede il più giovane
Il solito  risponde Ada
La salutano baciandole le guance, come fossero parenti. Ombre veloci, si rimettono le giacche. 
Comandante, vada prima lei. Entri in macchina e mi aspetti. Io scendo fra due minuti. Ha la scarpa slacciata. È il ragazzo a parlare. Escono.
Ada è in bagno, sta usando la doccia. 
Mi sento in colpa, come quando sentivo mamma e papà fare l'amore la notte. Per me era una cosa assurda. Non capivo come mia madre potesse farsi avvolgere da mio padre, non lo stimava, non lo amava e come mio padre potesse reggere il gioco. Eppure lo facevano. Rimanevo ad ascoltare e non era piacevole, anzi erano come pugni nel mio stomaco, avevo la nausea. È una delle cose che non capirò mai dei miei genitori e dell'amore. Ma non era amore. No, non lo era.
L'amore è rispettarsi, venerarsi, soffrire terribilmente, follemente, un'assenza. Volere la malattia dell'altro su di sé. Non sopravvivere all'altro. Mia madre andò a giocare a burraco tre giorni dopo la morte di papà.
Mi nascondo di nuovo in veranda. Ada si veste, abbassa una serranda. Esce, dà due mandate alla porta blindata.
Vado in camera da letto. È tutto a posto. Dov'è la frusta? Dove l'ha messa? C'è una cintura arrotolata su un comodino. Una cintura di mio padre.
Anche in bagno è tutto a posto. C'è odore di bagnoschiuma alla vaniglia, ma anche di menta.
Ha versato il wc net nel cesso. 
Il bidè è pulitissimo.


06/08/21

Spezzettato

Perché mi sento così spezzettato? Ogni cosa che faccio, ogni decisione è come se la prendesse un pezzetto di me, autoritario, sprezzante. Non ho una cabina di regia, un direttore delle mie azioni. Manco a me stesso.

A volte mi chiedo com'è essere pazzi. Ho avuto a che fare coi pazzi, durante il tirocinio dopo la laurea, ma per me erano casi clinici, test di personalità, stralci di sedute di gruppo, cartelle chiuse con elastici verdi. Almeno, me li presentavano così. 

Mi ricordo Aldo, che una sera  minacciò di uccidermi perché gli avevo suggerito di raccogliere i suoi Focus da sotto al letto e di organizzarli per data in dei raccoglitori. Mi parlò a due centimetri dal naso, lo sguardo rosso di sangue e ira. Poi si scusò, il giorno dopo. Mi dissero che aveva un problema col controllo, che si era affezionato a me e che il mio essere stato direttivo l’avesse ferito. 

Mi sento spezzettato, non come Aldo, che non lo era, era solo amore e odio fusi e vomitati. Mi sento spezzettato come Davide, lo psicotico. Davide era un artista, bello, di una bellezza mai vista, ricci neri, pelle da marocchino e occhi di giada. Suonava la chitarra come un professionista, dipingeva, scriveva poesie, aveva un sorriso per tutti, anche per i tirocinanti. Mi raccontò del padre, che lo aveva stuprato fino ai sei anni e che si era fatto sei anni di carcere. “Uno per ogni mio anno” mi disse “La vita non te la scegli, da grande ti puoi scegliere da chi farti proteggere, da piccolo no, Dio scelse per me mio padre, che mi protesse a suo modo”. Ricordo che piansi e lo abbracciai. Lo psichiatra mi disse di non affezionarmici troppo, perché prima o poi Davide avrebbe fatto una cazzata. Una sera Davide non si trovava. Era in aeroporto con un mitra finto, vestito da Rambo, a scovare i terroristi. Spaccò il naso a un paio di mediorientali che stavano facendo il check in; inseguito dalla polizia, si lanciò dalla terrazza del ristorante al secondo piano. Povero Davide, spezzettato come me. 

Amo, odio, mi amo, mi odio, amo e odio questa città, amo e odio questo lavoro, sono quello figo in televisione e quello disperato che riavvolge una cassetta, sono figlio, figlio amato e abbandonato, compagno infedele, ingrato, supplichevole. Non so quanta finzione ci sia in me o quanta verità. Forse sono tutto e niente. Forse sono niente. Devo pisciare. Sento delle chiavi nella toppa della porta blindata. Che sia Ada? A quest’ora? Sono impresentabile. Devo pettinarmi, almeno.

15/07/21

Bozzolo

Questa stanza è bozzolo, ma io non sono mai diventato farfalla. Pipistrello, piuttosto, accecato, svolazzo senza meta. Il mio entourage mi dice cosa fare, chi incontrare, come monetizzare ogni istante della mia vita. Vita. Quattro lettere che possono contenere tutto e il suo contrario. La mia vita è un amico che mi ha tradito, una madre che mi ha confezionato, un padre che non ho mai abbracciato, una donna che ho sfruttato.

"Mi hai trattato come una puttana" mi ha detto Angela, prima che se ne andasse.

Io non le ho saputo rispondere. Assurdamente mi inginocchiai, le bloccai le caviglie con le mani e cominciai a piangere. Per finta. Lei rise, una risata consapevole, non isterica, una risata convinta, vera. 

Lasciami andare, pagliaccio.

Facciamo un figlio, rinasciamo tramite nostro figlio.

Scrivilo in un libro. È una frase a effetto. Vecchia. A me fa vomitare.

Non lasciarmi.

Stai scherzando?

Ti prego.

Se stai pensando ai tuoi contratti, alla tv, ai progetti editoriali, non preoccuparti. Sei una gallina dalle uova d'oro, per tutti. Soprattutto per mio padre. Sarebbe un coglione se ti mollasse.

Ti prego.

Mi preghi di cosa? Hai distrutto quelli che potevano essere gli anni migliori della mia vita, della nostra vita. Tu reciti. Io chiudo il sipario. Non diventerai il regista della mia vita. Non voglio vivere sotto i tuoi riflettori. Mi hai tradita. Stop. Chiuso. Non voglio nemmeno il rimborso del biglietto.

Ti prego.

Rideva e piangeva. Ha lanciato l'anello sul pavimento. Io non ho mai pianto. Non capisco perché. Vorrei capire perché.



10/06/21

La lettera

 Caro  Ciao Melc, è la prima volta che scrivo una lettera a un amico. Ho scritto un paio di lettere a delle ragazze, risulto sempre patetico mieloso  un po' incomprensibile, spero che possa spiegarmi bene con te e che tu sia comprensivo. Mi costa tanto scriverti questa lettera  Non è facile descriverti ciò che sento, dunque è meglio non descrivere, ma buttare giù quello che sento dentro provo, senza filtri. Sei stato una persona speciale  importante per me, per come sono ero fatto; sei stato importante nella mia crescita. Ti ho sempre amato voluto bene come a un fratello, credimi. Sei il fratello che non ho avuto. Ogni volta che sei vicino a me sono tentato dall'abbracciarti forte, ma non lo faccio, perché ho paura. Ho paura anche di te, Melc, che tu possa fraintendere. Una volta mi hai detto, come a mettere i puntini sulle "i", come a costruire una barricata, come a prendere le distanze, come a mettere in dubbio il mio comportamento,  che riconoscevi un frocio dall'abbraccio. Per questo non ti ho abbracciato più da quella sera a Mondello. Francesca si era inventata quella stupidaggine  cosa del ballo maschi con maschi e femmine con femmine. Capitammo assieme io e te, ballammo per due minuti su quel lentaccio di Celine Dion, io ero rigido, avevo paura che mi stringessi troppo, o che io ti stringessi troppo, poi mi hai allontanato  scostato  spinto e mi hai detto sorridendo, ma con un sorriso strano, con un sorriso che definirei "serio", che ti sembrava che io non mi divertissi. Sì, non mi stavo divertendo. Ero in una brace graticola gabbia   terrorizzato. Non ho mai avuto una relazione serena con il mio corpo. sai com'ero prima di conoscerti: un baccalà  un giovane vecchio. Non avevo mai abbracciato un ragazzo prima di te, non avevo mai giocato a calcetto prima di conoscerti, condiviso uno spogliatoio, né sapevo essere giovane, prima di uscire con te. Grazie per avermi collocato nella mia giusta fascia d'età  fatto sentire capace di rischiare, di essere leggero, di ridere. Ti ricordi? Non ridevo mai. Ci prendevano per fratelli. Per me era una sensazione bellissima  bello  gratificante. Non so per te. Adesso ho bisogno di non frequentarti più. Ti voglio ancora bene ma mi hai ferito. Francesca mi ha fatto capire (temeva che scoppiassi a piangere) cosa pensi di me. Quando vi siete messi assieme, ho rinunciato all'amicizia di Francesca perché avevo bisogno di un fratello. Quando vi siete lasciati, ho perso un'amica e un fratello. Francesca mi piaceva molto e sarebbe potuta nascere una storia tra noi due, ma tu eri più importante. Non chiamarmi più, ti prego. ho bisogno di solitudine e di riflettere. Mi sento cambiato ma è come se il mio cambiamento non dipendesse da me, ma da te, mi sento che sei sia sei sia sei sia stato tu che hai abbia ad aver deciso come e quando cambiarmi. Adesso devo pensare all'università, al mio futuro, recuperare la mia identità. Tu pensa al tuo, di futuro, ai tuoi progetti, ai tuoi sogni. Mi hai reso una persona migliore  diversa ma non so se è ciò che voglio. soprattutto non voglio tremare al pensiero di abbracciarti. Ti voglio bene, Melc, per questo non cercarmi più

Questa lettera è un'enorme cazzata, un atto isterico. Tornassi indietro, manderei a fanculo Melc e il suo franco narcisismo. Perché io ero la sua vittima, il suo gioco, mi plasmava come creta, a suo piacimento, un giorno ero vaso, un altro soprammobile, un giorno zimbello, un altro mi faceva sentire figo. Per me lui era il massimo della figaggine. Era divertente, giocoso, bello. Piaceva a tutti. Io no. Eppure Francesca mi stuzzicava, mi faceva capire che le interessavo, poi arrivò lui. Che piacque a entrambi. Mi chiesi un sacco di volte se il mio desiderio di averlo accanto a me fosse qualcosa di più che un desiderio di amicizia. Poi mi convinsi che erano sol seghe mentali. Che non volevo fare sesso con lui. Mi piaceva, volevo emularlo, era sempre al centro della scena, il prototipo della mascolinità seduttiva, che attira maschi e femmine, indistintamente. Mi chiamava ogni sera al telefono, si appostava sotto casa, m'invitava a fare un giro, a prendere un gelato, mi raccontava dei suoi casini sentimentali, che non era vero che piacesse a tutti, che in fondo si sentiva poco attraente, ridicolo, stupido. E io lo rassicuravo e alimentavo la dipendenza: la mia. Perché mi sentivo indispensabile per Melc, l'amico che mai, nemmeno lui, aveva trovato fino a quel momento, la zattera nella tempesta. Ero solo un pupazzo.

Credevo all'amicizia romantica vent'anni fa, che coglione. Lui dubitava di me e delle mie pulsioni. Mi chiedo perché io sia accorso, me lo chiedo e non so darmi risposta. La tentazione della dipendenza? Il voler stravolgere la dipendenza vissuta? Fare in modo che adesso lui dipenda da me? Avrà bisogno di soldi? Sta morendo e vuole riprendere i contatti? Siamo così diversi! Potrei cagargli in una mano. Io sono un uomo di successo, Melc ha aperto una barberia vicino alla Zisa, non proprio nei quartieri alti. Ha un sito internet. In una foto si intravede mentre taglia i capelli. Mi pare imbolsito e forse ha perso i capelli. Voglio vendicarmi? Sbattergli in faccia chi sono diventato? 

I suoi occhi erano così limpidi quando mi diceva "sei il mio migliore amico". Il suo sorriso così rassicurante quando mi diceva "Non importa se sbagli a calciare il pallone, divertiti, nessuno ti giudica, ti ho invitato io, devi giocare per me". Appariva così sincero quando mi diceva che Francesca era stupenda e che si trovava proprio bene con lei (non mi ha mai raccontato di una scopata o di qualcosa di pruriginoso, forse perché non voleva ingelosirmi?) e aggiungeva "Voglio dedicare il mio tempo anche a te, perché tu sei il mio migliore amico".

Mi ha dato i riferimenti del negozio, nella sua mail, gli ho risposto dopo una settimana. Non volevo che intuisse attenzione, trasporto da parte mia.

"Ho bisogno del tuo aiuto, perdonami se non mi sono fatto sentire per vent'anni, credevo che non volevi più avere a che fare con me. ti chiedo un aiuto fraterno". 

È rimasto un ignorante. Non azzecca un congiuntivo, ora come allora. 

Chissà che fine ha fatto Francesca, non so più niente di lei. Era bella Francesca. Bella e furba, bella e stronza.

26/05/21

Scoperte e crolli

Mi sveglio col rumore del camion dell'immondizia. L'autoreverse non ha funzionato. La cassetta si è inceppata. Apro lo sportellino, il nastro è fuoriuscito. Prendo una bic, lo riavvolgo delicatamente, è un atto di riparazione e di cura del mio passato, in fin dei conti: mi conforto così. Il mio passato è un nastro annodato. 

Guardo l'orologio. Sono le quattro. Vado in cucina, mi faccio l'insalata. Accendo la tv. Funziona ancora. C'è Simona. L'amica di Angela. L'hanno messa a dire l'oroscopo, lei che ha una laurea in chimica e voleva occuparsi di salute e benessere. Le avevo consigliato, quando stavo con Angela e spesso mangiavamo assieme a lei a pranzo, di non bruciare le tappe, di coprirsi il seno in quel bar, di stare sotto le righe, di non stancarsi di proporre il suo profilo migliore nei colloqui. È finita a letto con almeno due dirigenti. L'hanno valorizzata, dice lei. Eppure, quando la incontro - ci salutiamo di sfuggita, chissà cosa le ha raccontato Angela - le leggo una tristezza profonda negli occhi, lo sguardo dello stupro, assente, inconsolabile. 

L'ha voluto lei quest'abominevole marchio. 

Perché si sa, nel nostro ambiente, se sei troia, mica ti danno lo Zecchino d'Oro, o forse sì, basta che il funzionario sia discretissimo, e sposato, e di fede religiosa immarcescibile. Simona mi sembra una bambina con un sogno. Il padre ferroviere, la madre casalinga. Una laurea bella, luminosa, voluta, bruciata.

Gemelli: Oggi sarà una giornata di scoperte, una parte delle vostre certezze crollerà ma ne costruirete altre su basi più solide. Non abbiate paura! 

"Non abbiate paura" Simona l'ha enfatizzato troppo, era come lo dicesse a se stessa. O a me.

Una delle due bottiglie di succo di mirtillo è chiusa. L'apro. Ne bevo la metà. 

Vado in bagno. Non mi pare pulito. Nella vasca ci sono dei peli, nel bidè pure, peli pubici, zigzaganti come tutti i peli pubici. Lo dirò ad Ada. Mamma non sarebbe contenta. E io ti pago, ti pago ogni mese, cazzo. Ti pago per farti bagno e bidè a casa mia? 

Non riuscirò ad arrabbiarmi come vorrei, con Ada. È una ragazza fragile, educata, cortese. Le diedi qualche lezione privata perché andava male in italiano, latino e matematica. Non riuscì a recuperare. Si fermò al primo anno delle magistrali. Sua madre, che abita al quarto piano della scala accanto, la iscriveva ai concorsi di bellezza. Non vedeva sua figlia come realmente era: abbastanza carina, ma non bella. Soprattutto era bassa. Un metro e sessanta scarsi. Balbuziente. Pure dislessica, secondo me. 

Ada si occupò di mia madre per due anni, fino a che decisi di portarla in casa di riposo perché troppo impegnativa. Quando le sue braccia si muovevano ancora, lanciò più volte il piatto di pasta in faccia alla ragazza, urlava parolacce assurde, inimmaginabili. Ada mi telefonava ogni sera per raccontarmi della giornata di mia madre. Ci rideva su. Io provavo vergogna. Ho cercato di trovarle un nuovo lavoro, ma Ada mi chiese di non interessarmi più, perché nel frattempo sua madre si era ammalata e suo padre era scomparso. Scomparso nel senso che non era più rientrato a casa.

Chiamai la redazione di Chi l'ha visto, conosco un paio di persone là dentro, fecero due collegamenti. Ada cominciò a balbettare in diretta, presero la parola i suoi due fratelli che non seppero spiegare nulla delle presunte motivazioni alla base di una scomparsa volontaria. Ada era truccatissima in quelle due dirette, al limite del circense. I due fratelli la zittivano imbarazzatissimi. Dicevano che ultimamente il sessantenne aveva spesso mal di testa e usciva la sera col cane per farsi due passi ma tornava a notte fonda. Ada mi chiamò la mattina dopo il secondo collegamento di Chi l'ha visto. Il padre si era fatto vivo intimando di non scassargli più la minchia e che voleva rifarsi una vita. Si trovava a Malta e gestiva un centro scommesse. Poco dopo, un figlio lo raggiunse a Malta, l'altro entrò in una specie di setta new age. Ada adesso si occupa di sua madre che ha una brutta malattia degenerativa dei muscoli, forse la SLA, me l'ha spiegato ma non ero attento. Il padre bonifica mille euro al mese. Povera Ada.

I peli pubici nel bidè no, però. 

Ho due messaggi nel cellulare. Maura: Ho chiamato la Rinascente di Via Maqueda. Domani vai lì e ti scegli un completo per Linea Verde. Sceglilo chiaro, prendi una camicia allegra, gialla o azzurra e una coppola che va di moda e fa molto Padrino sexy. Mirko è d'accordo. Fatti la barba. Dove hai dormito? Perché non rispondi quando ti chiamo? 

Sono a casa mia. Tutto ok. La coppola no. Siete pazzi. 

Mirko: Non fare scherzi. Non so dove tu sia o quello che ti passa per la testa ma non fare scherzi. All'hotel hanno detto che sei andato via senza salutare. Ma che ti prende? A Linea Verde devi essere perfetto. Parla dei tuoi libri, inventati qualcosa, il titolo del libro nuovo, che ne so. Forse ti danno un programma intero a settembre, il sabato pomeriggio. Non prendere impegni mercoledì prossimo, c'è una riunione coi dirigenti della Divisione Docureality. Vogliono qualcosa sulle emozioni e il benessere, tipo sfigate che si raccontano e tu che le consoli. Faremo il botto. Un programma tutto tuo ci pensi? Dammi il titolo del nuovo libro che faccio un comunicato stampa al maggiore offerente. Ti bacio sul lobo sinistro. Tuo M.

Vuoi il titolo? LA CERTEZZA DELLA MORTE. Ciao

Torno in camera, mi ributto sul letto. Melc mi aspetta alle 11. Non ho più sonno. Afferro Sfida al Rio delle Amazzoni dalla pila sulla scrivania. Non voglio pensare a niente. Voglio una lettura che non mi faccia pensare. Questo libro mi arrivò da uno di quei club che se non mandavi la cartolina dicendo di non voler acquistare ti spedivano il libro del mese. I libri d'avventura mi annoiano da morire. Ma questo no. È un racconto lento, lunghissimo, sulla navigazione del fiume, dalla fonte andina fino all'Oceano. Lo leggevo e dimenticavo il resto. Non l'ho mai finito, ma mi aiutava, era terapeutico: foreste, cielo, coccodrilli, falò, uomini coraggiosi, un fiume. Niente di trascendentale. Buono per addormentarsi e, nel mio caso, per dimenticare i gorghi in cui affogavo ogni giorno.

Le pagine sono ingiallite. Al centro, la brutta copia della lettera che scrissi a Melc. Uno scherzo che mi sono fatto io stesso. Il libro più d'evasione che ho con in mezzo un testamento intriso di rabbia e dolore, che avrei ripreso tra le mani, un giorno. Che è oggi. Che senso hanno questi miei giorni a Palermo? Sono venuto perché chiamato da un amico (lo fu, una volta), sono irrazionalmente accorso per aiutare un amico (lo fu, lo fu, credo), ho trovato Giacomo e poi ritrovato Nicolai. 

Io non credo all'amicizia. Non più. L'amico può essere solo quello con cui condividi l'adolescenza. E basta. Poi peggioriamo tutti, ci frequentiamo per dovere o per convenienza. L'amico vero è quello con cui ti trovi nel limbo sdrucciolevole che non è né infanzia né età adulta, dove non si è buoni né cattivi, perdenti o vincenti, dove fai le cose senza pensarci prima. L'amicizia adulta è una fregatura. C'è sempre sfruttamento, dietro. Giacomo mi sfrutta per quello che so. Disgraziato, cuore in pena. Nicolai, non so cosa voglia da me. Forse ricomporre il suo dominio.

È l'alba. Dalla mia finestra si vede il mare. È un cielo bastardo quello di stamattina. Rosa e arancio. Meraviglioso. Induce alla nostalgia o a pensieri dolci, progetti ameni. Oggi per me sarà una giornata di scoperte e di crolli. Chissà come ne uscirò o se ne uscirò vivo.