L'altra volta, dopo aver timbrato, chiamato l'ascensore nel seminterrato, premuto il pulsante del piano, sorriso a una specializzanda, ammiccato a una battuta di un medico, fatto ciao con la mano alla signora delle pulizie, mi sono smarrito. Trenta secondi di catastrofi, morti, feriti, azzardi, rimpianti, pentimenti.
Allo zero entra una collega.- Come stai?
- Bene, dai.
- Davvero?
- Sì, sì.
Usciamo allo stesso piano.
- È che ho molti pensieri. Non di lavoro.
- È normale.
Questa cosa della normalità mi spiazza.
È normale aver pensieri, essere preoccupati, tristi.
- Forse... un abbraccio, sì, vuoi un abbraccio.
Percorriamo il corridoio, lei che mi cinge la spalla.
Mi sarei messo a piangere. Non l'ho fatto.
L'abbraccio ha sciolto i nodi. Non c'è stato bisogno di piangere.
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