17/05/18

Un cielo che ha scatenato tempesta


Il pavimento blu cobalto sembra mare. Liscissimo. L’aula è l’ultima del corridoio. Dà sulla cucina, oggi fanno pasta e fagioli. Quest’odore è vomitevole. A me non mi piace la pasta e fagioli. Mi fa schifo. È roba da vecchi.  A casa non la mangio mai. Qui me la fanno mangiare per forza. Sono solo, c’è ricreazione. Tra un po’ arriveranno le compagne che fanno danza e dovrò sloggiare da questo stanzone. Mi appoggio al muro. Passa Giuseppina, la bidella, guidando il carrello di metallo su cui troneggia il pentolone. Voglio un bene dell’anima a Giuseppina. Mi saluta ogni mattina strapazzandomi le guance. Mi piace il suo panino al pomodoro e al prosciutto con la spolverata d’origano e un filo d’olio. Quando mamma dimentica la merenda, vado da Giuseppina, lei mi dà il suo panino e mi fa credito. Il giorno dopo le porto i soldi. Mangerei pane prosciutto pomodoro e origano tutta la vita. Ho il mio tesoro tra le mani: una ventina di figurine di Bianca e Bernie che mi ha dato Daniela. Le ho dato in cambio il mio portacolori giallo. Le riconto. Sono ventidue precise precise. Le odoro. Mi piace l’odore plasticoso delle figurine e anche quello dei giornali. Da grande voglio fare il giornalaio. Sono contento perché ho le figurine tra le mani ma non so cosa dire a casa quando si accorgeranno che non ho il portacolori. Sono arrabbiato. Papà non mi ha portato al cinema a vedere Bianca e Bernie, però adesso ho le figurine tra le mani e insisterò perché mi comprino l’album. È roba da bambine, dice mio padre. Questo cartone, sono sicuro, non lo vedrò. Come non sfoglierò il mio album.
Al cinema è uscito Bianca e Bernie, di nuovo, esattamente cinque anni dopo. Io, cinque anni fa contavo le mie figurine nel salone della danza della scuola elementare, adesso ho undici anni, mi dicono che sono un ometto, non è il caso che insista, è ridicolo voler vedere un cartone alla mia età, i cui protagonisti sono due topi che parlano. Eppure, lo sento, questo film, come un rimpianto. E non mi sento poi così grande. Anzi, mi sento piccolo. Il cambiamento è stato, come si dice… traumatico. Sì traumatico. Questa scuola non mi piace, mi fa paura, è così diversa da quella dove andavo prima. Lì c’era un giardino che a primavera si copriva di glicini, un laghetto coi pesci rossi, il salone della danza con il pianoforte e i corridoi su cui mi potevo specchiare. Qui è tutto diverso, i muri sono logori, i bidelli sono sgarbati e fuori dal portone c’è un mondo che non mi piace. Sento il pericolo, corro verso casa e so che sono in pericolo. Non fermarti, mi dice mio padre, non fermarti mai, non ascoltare nessuno e se pensi che qualcuno possa farti del male corri, corri, nasconditi.
La piccola si alza dalla sua sediolina, mi guarda e mi dice che non le piace, di spegnere subito, che vuole vedere Elsa di Frozen. Mi dice che ha paura. Le chiedo di cosa. “Delle nuvole”, mi risponde. Un rifiuto che non capisco. Finisce che me lo vedo io Bianca e Bernie, da solo, in questo pomeriggio languido di febbraio. Un click su un sito di acquisti on line e ho scellofanato il mio dvd in un paio di giorni. Riconosco di aver bisogno di questo cartone. Enormemente bisogno. Scopro di amare questo film come se riabbracciassi un compagno d’infanzia, come se ritrovassi in fondo alla cantina il mio primo peluche o il mio primo quarantacinque giri. Me lo guardo e mentre Penny osserva una stella e piange sconsolata e ritrova la speranza, quando capisce che qualcuno, o qualcosa, pur nella sua solitudine, veglia su di lei,  piango anch’io e mi nascondo perché la piccola non mi sorprenda scosso da questa emozione nuda. È un film per bambini, forse più per bambine, e mi colpisce come un fendente nell’anima. Due topi che parlano, un’orfana in pericolo e una donna cattiva che la tiene prigioniera, una trama semplice, per bambini, appunto, ma c’è qualcosa che mi fa vibrare. S’insinua come un coltello nella parte più tenera della mia corteccia, quella dove è rimasta, piccola piccola e silenziosa, la mia paura antica e lo smarrimento all’idea assurda di essere abbandonato, e il senso della mia speranza e della mia fede. Questo film segna il passaggio dalla prima infanzia alla mia preadolescenza, è una parentesi, anzi, due parentesi che racchiudono quei cinque anni, i miei anni delle ventidue figurine e del loro profumo plasticoso, di mio padre che non mi accontentò pur volendomi bene, della consapevolezza di essere protetto, assurdamente inquinata dalla paura di ritrovarmi solo.
Sono arrivate le rondini e la luce che entra dalla finestra illumina il pulviscolo del soggiorno. Sto bevendo un caffè. La piccola gioca con una Barbie.
“Papà voglio Bianca e Belni”.
“Ma con te”, aggiunge.
Mi sorprende, sorrido e sono felice. Forse è questa la felicità, condividere con chi ami qualcosa che ami.
“Perchè ho paula”.
“Di cosa, amore”.
“Dei tuoni”.
Una delle meraviglie di Bianca e Bernie è la parte dei titoli d’apertura, sovrimpressi su una serie di illustrazioni che sembrano quadri impressionisti. Sono immagini del mare in tempesta, di lampi, della natura che s’arrabbia e che si placa. La bottiglia che contiene il messaggio di Penny e che leggeranno i topini, attraversa la tempesta e arriva a destinazione, col suo carico di speranza. La musica che accompagna le immagini iniziali è incalzante, stringo la mano della piccola e le accarezzo la testa.
“Papà, puoi lasciale la mano, ola non ho paula”.
E il film inizia, i topini recuperano il foglio dentro la bottiglia e salvano la povera bimba.
‘Chi mi salverà’ dice la canzone d’inizio. A volte ti salva un film, o una mano nella tua, o un ricordo dolce e terribile allo stesso tempo che ti mostra dove sei arrivato e ti rammenta che ce l’hai fatta, nonostante un cielo che molte volte ha scatenato tempesta.

foto: pexels

4 commenti:

  1. Se ti dico che hai scritto una cosa molto molto bella, non te ne uscirai dicendo cose del tipo "chissà se è vero... lo dici per farmi piacere... ecc ecc" come fai di solito, vero?

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    1. Volevo scrivere questa cosa da settimane. È una cosa bella in effetti. L'ho scritta in nemmeno mezz'ora ma posso dire che riassume il senso della mia vita. Ciao Attanasio. Grazie

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  2. Non è solo bella: c'è tanto, ma tanto, di più... Complimenti!
    Paola

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