27/11/16

W gli artisti

Credo che qualsiasi forma artistica sia sublimazione di qualcosa, sia la trasformazione di un sentimento, la condensazione di una serie di vissuti e di emozioni, l'espressione, forse, di un non detto, di un non accettato, di un dolore. Raramente l'arte è espressione della gioia, diventando piuttosto aspirazione alla gioia. Un'opera può tradurre l'odio, l'angoscia, la bruttezza in qualcosa di leggibile, di ascoltabile, di visibile. Un'opera d'arte, minima o massima, non importa, può dare forma alle proprie paure, talvolta al terrore. Può denunciare l'orrore attraverso, pure, una lacrima di tenerezza. Io mi sento molto vicino agli artisti che, in fondo, quando non diventano merce di scambio e basta, sono persone che tentano di arrampicarsi nei propri dolori per arrivare a guardare l'orizzonte dall'alto. E per condividerlo con noi, quell'orizzonte. Non ci sentiamo soli se ascoltiamo, vediamo, leggiamo un artista. Io amo gli artisti perché con la mano, la voce, gli occhi, danno forma alle nostre paure, alla speranza, al bisogno di essere accettati per ciò che siamo, alla nostra aspirazione alla gioia. E questo dar forma è così umano! E' corpo e mente in azione, è emozione al nostro servizio.
L'arte è sincera se è al servizio degli altri, se è emozione al servizio degli altri, e non mero atto autocontemplativo e narcisistico o, peggio, unicamente orientato al profitto e, dunque, manipolatorio: non sincero. 
Massimo rispetto a tutti gli artisti sinceri.
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24/11/16

Vorrei essere una voce piccola e sincera


Insincerità. Questa parola mi intriga tantissimo.
Non è bugia. La bugia è un mezzo, l'insincerità è una tendenza, un'attitudine.
I suoi sinonimi sono doppiezza, falsità, finzione, ipocrisia.
Ma insincerità mi piace di più, forse perché insincerità è assenza di sincerità. Nient'altro: una caratteristica di base, una modalità di essere nel mondo.
Posso essere un uomo fondamentalmente sincero ed essere ipocrita con quella persona per una mia convenienza o per non ferirla. Oppure essere doppio, strategicamente o per paura. L'insincero è tutto intriso di bugia. Cresce nella bugia. Ecco perché si dice "insincerità di fondo". 

Ultimamente sono piuttosto intollerante con gli insinceri di fondo. Li mando a quel paese quando vogliono manipolarmi. Perché gli insinceri sono ovunque; la loro arma è la manipolazione e nessuno è esente dall'essere manipolabile. Specie chi ha fiducia negli altri. Chi ha fiducia negli altri ha bisogno di molte prove per dichiarare "insincera" una persona. All'inizio, in buona fede, ci casca.

Provo una certa ebbrezza nello smascherare gli insinceri, che prima ti riempiono di parole, confondendoti, ti aggrediscono, ti riesumano fatti risalenti a quando i Jalisse vinsero a Sanremo, come fosse ieri, e poi fuggono. 
Scoperti, non tornano. Quasi mai.

Osservo un fenomeno, specie nei social, dove pullulano gli insinceri di successo. Potrei chiamarlo "insincerità collusiva".
Le persone hanno la necessità di nutrire la maschera, non la loro, ma quella di chi propone un modo di essere vincente o socialmente appetibile oppure studiato a tavolino per costruirsi un brand. Dalle sfumature, si capisce che è insincero, purtroppo la maggior parte di noi è attirata dai colori forti, non dalle sfumature. 
Abbiamo la necessità di nutrire un modello, di rafforzare quel modello, di contribuire a eliminare il dissenso, perché è meglio illudersi che scoprirsi fregati, presi in giro. Alimentiamo il simbolo che rappresenta il nostro desiderio collettivo. Il dissenso ci impaurisce perché saremmo scoperti anche noi, complici di quel modello.
Il modello diventa la proiezione del nostro desiderio. Lui è come io vorrei essere, quindi lo amo, dico di amarlo e voglio che mi sentano. Lei è come io ho sempre desiderato di diventare, quindi le dico che la amo, lo urlo, voglio che si veda che io la amo. Il modello propone un'immagine, uno stile, un'idea: aggrega un target di persone portatrici dello stesso desiderio.
Io sono uguale a te, il tuo desiderio è il mio, dunque, uniamoci, per salvaguardare e dar forza al modello. 
Contribuendo con il mio gradimento, con la mia approvazione a uno dei diversi totem in circolazione, io rafforzo la mia illusione, quella di poter, grazie al totem, esaudire il mio desiderio, e cementifico, nel mio piccolo, l'illusione collettiva. Non capisco che attraverso la mia adesione incondizionata  al modello, rinuncio ad esaudire il mio desiderio, perché il modello si irrobustisce con l'immaginario e si nutre della frustrazione del desiderio dei singoli. Non capisco che mi allontano dal mio desiderio ma esaudisco quello del totem: avere potere e successo.
Godo nel ricevere attenzioni da quel totem, briciole della sua attenzione: vuol dire che viene riconosciuto il mio contributo. Sono legittimato nel mio desiderio.
Fino a quando qualcuno, con la sua voce piccola, tra gli applausi, in un attimo di silenzio, dice la verità e strappa la maschera. Dapprima arriva una nuova colata di cemento che ricopre quell'elemento di diversità e di contrasto. Poi, il dubbio s'insinua nelle menti più aperte e il totem comincia a traballare. 
E' che abbiamo così tanta paura di essere esclusi, di essere considerati pazzi, invidiosi, ciechi! E inghiottiamo la nostra vocina, rinunciando a diffondere la nostra piccola verità. Rinunciamo a essere venticello caldo sul ghiacciaio.

Da bambino, nel mio penny rosso, ascoltavo le Favole sonore, quelle con la canzoncina "A mille ce n'è", se non ricordo male. 
Ne avevo tante, anzi, ne avevamo tante io e mio fratello, e un giorno di guerra fredda, quando decidemmo di dividere la stanza in due parti con una fila di scarpe (io mi presi la zona tv concedendogli la visione di ciò che decidevo io di vedere), ci spartimmo pure i libretti coi dischi delle favole. 
Pretesi, tra le altre fiabe sonore, "I vestiti nuovi dell'imperatore", un racconto affascinante, ironico e divertente, catartico nel suo finale che rende giustizia alla voce piccola e ingenua, una fiaba meravigliosa nella sua denuncia, a filo di metafora, dell'inganno del potere e del silenzio connivente dei deboli, complici, spesso inconsapevolmente, di un potere manipolatorio.

Oggi, di fronte a un osanna di un esercito di deboli conniventi costruttori d'illusione, rivolto a una persona buona come una marmellata piena di anidride solforosa, ho avuto paura di essere escluso e ho ingoiato la mia piccola voce. Ho ripensato ai vestiti dell'imperatore e, pur incazzato, ho sorriso, perché m'è venuto in mente che in quella divisione concessi a mio fratello la scrivania, senza sedia però. Un vero stronzo. E per tutti ero il bambino più buono del mondo. 

18/11/16

I puntini sulle "i"



"Pensi che gli altri ti considerino irascibile?"
"Me l'hanno pure detto"
"E tu ti senti irascibile?"
"Sì, ma mica sono irascibile con tutti! So essere affettuosissimo, ma quando sento violato un mio diritto o mi sento offeso, divento irascibile"
"Con l'ira non si ottiene niente, solo fratture"
"Le fratture se sono sanabili si sanano da sole, basta un po' d'accortezza e la giusta attesa"
"Non credo che tu sia diventato irascibile, sei però netto, molto più netto di prima".
"Sai cosa? Metto i puntini sulle i. Non che sia diventato ossessivo e paranoico. Ma metto i puntini sulle i, esattamente dove vanno messi. Perché se non metti i puntini, c'è chi se ne approfitta e, vuoi per invidia, vuoi per desiderio di potere, vuoi per che cavolo ne so, se non metti i puntini te le schiacciano le i, le i di indipendenza, intraprendenza, identità, ideazione, impegno".

10/11/16

So good

Risultati immagini per i feel good

Più di un mese dall'ultimo post. 
Inqualificabile. Non posso trascurare questo spazio. Non posso trascurare te che stai leggendo. Ti voglio bene. Te ne ho sempre voluto. Mi hai aiutato tanto. 
So che non mi hai dimenticato, sai che non ti ho dimenticato.
Solo che a volte le parole non escono, le emozioni s'ingarbugliano, come un filo di lana lunghissimo tra la gola e le dita. Ma non vuol dire che non ti pensi.

E' stato un periodo difficile, pieno di impegni e sono stanco. Una stanchezza fisica, energetica, direbbe la mia amica astronaturopata. 

Sabato prossimo andrò a Roma, alla consueta giornata di studio della scuola grafologica che mi ha formato e presso cui insegno. Il tema della giornata sarà l'uomo. Si parlerà dell'evoluzione del ruolo sociale del maschio, un ruolo sempre meno normativo e sempre più affettivo. 
Io parlerò di "papà high care", quelli che, etichettati con quest'anglismo bruttissimo, si prendono cura dei figli in modo superiore alla media. Farò vedere la scrittura di un amico che è un papà dolce e autorevole. Come sempre, mi sento emozionato, non tanto perché parlerò di fronte a qualche decina di persone, quanto perché Roma mi fa l'effetto di una bottiglia di whisky a stomaco vuoto. Già a Termini mi sentirò eccitato, stordito, frastornato, voglioso di fare un sacco di cose in poche ore, di sentire nella pancia e poi nel cuore il richiamo delle radici.
Una parte delle mie radici è a Roma. La parte più viva e profonda.
Riabbraccerò Roma come quando si riabbraccia un amico che non vedi da anni e non sai perché non lo vedi da anni, dato che riconosci subito i battiti del suo cuore, la sua stretta e i suoi occhi umidi e non vorresti mai staccarti, solo che devi farlo e non sai perché, cioè, lo sai, ma non ti sembra un motivo importante. 
Voglio che Roma mi abbracci e non mi chieda nulla, io ci sarò, lei ci sarà, ci basterà.

Una cosa che mi è successa in quest'ultimo mese è stata la mia mega performance in un teatro parrocchiale, di fronte a duecento persone, quasi tutti ultrasessantenni, in cui ho parlato di tante cose, e anche d'amore.
L'ultima volta che mi sono "esibito" di fronte a duecento persone (forse erano quattrocento o cinquecento) è stata durante un concerto ai tempi del militare. E' una cosa di cui mi vergogno, che conoscono in pochi (tranne quelle cinquecento persone) e che mi ha insegnato fondamentalmente una cosa: mai esibirti se sei sobrio.
L'esibizione implica una non sobrietà.
Che non vuol dire la ricerca della battuta forzata o dell'insincerità. 
In un palco, se di fronte hai tanta gente, devi lasciare un segno, altrimenti non ha senso salire su un palco. 
Per questo, ho imparato a lasciarmi andare, a raccontare di me, a non evitare gaffe, ad abbracciare con lo sguardo e con la parola chi mi sta di fronte. Sabato, di fronte ai partecipanti al seminario, mi emozionerò, forse piangerò, forse riderò. Sarò me stesso. Le mie competenze e ciò che so, verranno fuori, emergeranno, ma senza nascondermi. Prima di essere relatore io sono persona.

Sono stato un ragazzo sobrio.
Mi cagavo sotto quando dovevo parlare in pubblico.
Dovevo fare bella figura. Sempre.
Ed eccedevo in sobrietà, perdendo lucidità.
Paradossalmente, liberandomi della zavorra di aspettative su me stesso, sul palco parlo meglio, ragiono meglio, arrivo.
Quando dovetti cantare "I feel good" di James Brown, in divisa, di fronte a quelle cinquecento persone, di cui alcune munite di innumerevoli stellette, torri e ghirigori vari, il direttore dell'orchestrina, mi imbottì di sangria.
Io sono mezzo astemio, mi divincolai per evitare quella che mi sembrava una crudeltà. Dovevo cantare, volevo essere perfetto.
Il direttore, che era anche un militare come me, mi diceva "Bevi, Bruno, bevi, ti servirà" e rideva.
Morale: dimenticai mezza canzone e inventai le parole. Sopperii con gli urletti, sporcando la voce perché non si capisse che quello non era inglese ma, forse, macedone. Mi applaudirono e qualcuno si alzò pure in piedi.
Mi divertii. 
Si divertirono. 
Cantai I feel good in divisa, sbarbato di fresco, con le scarpe lucide lucide, ma la cantai con quell'ardore che solo chi non è sobrio può avvertire dentro e trasmettere.
Perché vi racconto questa cosa?
Forse perché per la prima volta nella vita, l'altra mattina presto, mentre le donne di casa mia dormivano, ho visto "The commitments". Come ho fatto a non sapere dell'esistenza di questa meraviglia di film?
Mentre mi guardavo il film, mi sono rivisto in quel palco, quasi vent'anni fa; ho riso, e ho provato tenerezza per me stesso. 
Ero buffo, inadatto al contesto, ma cazzo come ho cantato!

Al diavolo la sobrietà.
Se voglio coinvolgere chi mi sta di fronte, non ho bisogno di metodo, di controllo, ma di cuore.
Se voglio amare non posso ritirare le mie braccia, limitare il mio sguardo ma devo osare, lasciar fluire, dare, regalare, non trattenere.

Wo! I feel nice, like sugar and spice
I feel nice, like sugar and spice
So nice, so nice, I got you
When I hold you in my arms
I know that I can do no wrong
and when I hold you in my arms
My love won't do you no harm