28/05/20

A quarant'anni si è belli che formati

Stiamo in silenzio un minuto buono. Io a ripiegare il tovagliolo, lui a fare scarpetta nell'olio della caponata. Spezza il pane e lo trascina nell'olio, impunemente, come un bambino, tra un boccone e l'altro mi guarda e sorride, in modo così privo di schermi e di diffidenza, che nemmeno un fratello mi guarderebbe così.
Beve un sorso di vino, saluta una coppia che è appena entrata. Lui, camicia e cravatta e una pancia spropositata, lei magrissima e smunta, pare una marionetta coperta da un foulard a fiori.
Assessore e segretaria. A lui do massimo tre anni di vita se continua a mangiare così. A lei pure se continua a non mangiare così. 
Annuisco e mi rendo conto che non trovo argomenti, poi lui sbatte i palmi delle mani sul tavolo, mi guarda negli occhi, mi sforzo di sostenere il suo sguardo, mi sento così assurdamente vulnerabile, e mi dice: Un'amicizia a quarant'anni è la cosa più semplice del mondo. Non c'è bisogno di passare attraverso le minacce che possono rovinarla, tipo la ragazza del tuo amico che non ti sopporta, un matrimonio, l'invidia perché quello ha un lavoro e tu no, perché lui è figlio di papà e tu hai dovuto accendere il mutuo, cose così. A quarant'anni si è belli che fatti, formati, con i propri fallimenti in tasca. Se vuoi essere mio amico, spero di sì, ciò che devi sapere di me è che sono vedovo, mia moglie e mio figlio sono morti in un incidente stradale, ho una sorella a Londra che fa la truccatrice per il cinema, a dieci anni stavo morendo di epatite virale, me la cavo bene a tennis, non ho una compagna perché non mi si drizza più con nessuna, questa trattoria è dei miei genitori, che sono vivi, vivi per modo di dire, cioè deambulano e cercano di sopravvivere. Abitano qui sopra. Sono architetto sulla carta, me la cavo tra i fornelli. Sono abbastanza di sinistra e mi piace da morire Woody Allen, leggo molto, soprattutto gialli nordici. Quando sono morti, loro, ho preso un monolocale vicino piazzale Ungheria, vivo un po' lì e un po' qui. Stop, finito. Eccomi. Prendere o lasciare.
Arriva il mio bucatino con le sarde e subito dopo i suoi spiedini. Le sarde sono state messe generosamente, il vapore profumato di finocchietto mi appanna gli occhiali; scosto il piatto.
Lui lo spinge verso di me.
Mangia che si fredda, poi tocca a te, parlare. 
Addenta uno spiedino e mi sorride, candido, di nuovo.

23/05/20

Il topo che scappa

Cosa prendi? 
Giacomo mi passa il menù, che è un foglio A4. Mi sorprendo della povertà del foglio, mi aspettavo qualcosa di più originale. Sono i piatti esposti fuori. Nient’altro. Lo giro.
La pagina è fitta di citazioni. Alla fine, c’è scritto “Somma le cifre della tua data di nascita e leggi la frase del rigo corrispondente. Da qui ricomincerà il tuo viaggio”. Rigo ventotto. “Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché il fiume non è mai lo stesso, ed egli non è lo stesso uomo”.
Gliela leggo.
Mi cala a pennello, la tua?
Mi accorgo che non ha il foglio.
Non ho bisogno del menù. Né di frasi motivazionali. Io ricomincio ogni giorno.
Lo conosci bene questo posto?
Sì. Allora, cosa prendi?
Prenderei pesce, com'è?
Prendilo.
Il ragazzo, euforico, tutto un nervo, ci chiede cosa vogliamo. Non ha il taccuino. È più sveglio di quanto pensassi.
Ordino bucatini con le sarde, tonno al sugo e insalata.
Giacomo solo gli spiedini di carne e le patate al forno.
Se lo sapevo prendevo il secondo solo io.
Hai fame?
Sì.
Hai fatto bene a prendere primo e secondo, allora.
L’hai più chiamato lo psicologo?
Ecchecazzo, ero tranquillo.
Scusa
No, no, non scusarti, me l’hai chiesto perché eri preoccupato, giusto?
Giusto.
Ha legato i capelli. Ha una t shirt rossa, dei bermuda beige e delle crocs nere.
Senti – sbuffa e mi sorride aggrottando la fronte – io quando non sto male, sto bene.  E sto male raramente. Oggi sto bene.
Ah, ok – non so che dire
Dunque trattami come uno che non ha bisogno di premure e di partecipazione alla mia sofferenza, al mio s o v r a s t a n t e p r o b l e m a, va bene?
Mah, ti chiedevo soltanto.
Ride, schiocca le dita, arriva il ragazzo, gli dice di portare il rosè non il bianco.
Allora? Come mai sei tornato al paesello?
È una lunga storia.
Senti dottore, abbiamo due ore scarse per vomitarci addosso le nostre infelicità. Non stai messo bene nemmeno tu. Non sono uno psicologo ma conosco le persone, le conosco bene. 
E io che persona sarei?
Diciamo che non sei la quintessenza della felicità.
Che lavoro fai?
Ho un paio di case e le affitto a turisti.
Che formazione hai?
La domanda gli è parsa stupida. Mi guarda e ride.
Vuoi capire a che piano metterti. Vero? Non ce la fai a non stare su una poltrona con le gambe accavallate...
Non è così.
Il ragazzotto arriva con un piatto di fritturine di verdure e caponata. 
Offre la casa. Si rivolge a me tutto contento.
Giacomo strizza l'occhio al ragazzo. Sembra leggermi nella testa, è una sensazione conosciuta, forse è successo alla Stazione. Intuisce i miei pensieri. Chi è, cosa vuole, cosa vuole distruggere quest'uomo? Perché?
Non credere che ci abbiano portato l'antipasto perché sei uno famoso. Lo fanno con tutti. La caponata merita, assaggiala e chiudi gli occhi.
Non ho mai sentito un agrodolce così armonioso.
È fantastica. Ammetto.
Arriva il vino. Fresco, frizzante.
Adesso puoi mollare le redini dottore. E dimmi perché sei qui a Palermo.
Un vecchio amico mi ha chiesto aiuto, una cosa seria, di più non so.
Un SOS.
Sì.
Si vede che questo tuo amico si merita un viaggio in business class.
È che io non so dire no.
Avresti voluto dire no?
È un amico che non sento e non vedo da vent'anni.
Ride.
È proprio vero che i sentimenti importanti resistono al tempo e alla distanza!
Lo dice con solennità riempendosi il bicchiere: mi sta prendendo in giro.
Tu non l'avresti fatto? 
No. Il tempo si trova e la distanza si accorcia se vuoi bene a qualcuno. Vent'anni significa che vi siete ignorati per un quarto di vita. Non ha senso. Che amicizia è?
Hai una visione un po' ristretta dell'amicizia.
Sono talebano nei sentimenti. Costanza più presenza, uguale sentimento. Il resto sono illusioni di sentimenti. A volte ci si illude di star vivendo qualcosa, così, per non sentirsi vuoti, o sfigati, o ignorati. No?
Mi fissa e io abbasso gli occhi.
La caponata era buona ma piena d'olio. La traccia che ha lasciato sul piatto ha la forma di un punto interrogativo; se giro il piatto, appare un topino con una lunga coda, che scappa.

13/05/20

Un ristorante pulito a Palermo

"L'autobus non ci va".
I piedi cominciano a farmi male. Un autista dell'Amat mi dice che comunque è una camminata di cinque minuti da piazza Indipendenza.
M'inoltro in stradine con grosse buche colme del temporale di ieri, fiancheggiate da ruderi e cortili. Vedo le galline indisturbate sulla strada, ambulanti seduti accanto a cassette di frutta e verdura allineate, poca roba, autoprodotta. Chiedo a una ragazza se sa dove sia il ristorante. Mi dà indicazioni precise, ha un bella parlata, sa esprimersi correttamente. Facciamo strada assieme. Lei è laureata in lettere e fa la volontaria nell'unica associazione culturale del quartiere, organizzano giochi per i bambini e corsi per gli adulti, dall'informatica di base alla ricostruzione unghie. Mi dice che il punto di riferimento del quartiere è un prete giovane e volenteroso, che Danisinni è come fosse un paese dentro la città, con i suoi ritmi, le sue usanze, i suoi equilibri basati sulla sopravvivenza alla povertà più disarmante e ineluttabile. Lì la sfida è quella contro l'amnesia di una città. Perché Danisinni più che un quartiere è un luogo dimenticato, strano, fantasmatico. Ci sono dei murales coloratissimi. Sembra di stare a Bogotà o in una qualsiasi borgata sudamericana. Ci salutiamo, non le ho chiesto nemmeno il nome. Forse mi ha riconosciuto. È stata gentile. Sono gentili con me perché mi riconoscono. Io non chiedo nemmeno il loro nome. Il nome è importante, è una legittimazione d'esistenza. Io non chiedo mai il nome degli altri. Non m'interessa. Eppure c'è differenza tra Stella e Maria, tra Rosalia e Jessica, tra Maura e Ludovica. Mi piacerebbe adesso chiedere a quella ragazza il suo nome. Ma si è dissolta tra i vicoli. La battezzo come Giorgia. Le sta bene, Giorgia.
L'odore di sugo e di fritto si sente già a venti metri. È una trattoria dai prezzi bassi, Boccadoro; il foglio appeso all'entrata riporta quattro primi e quattro secondi, insalata, verdure cotte o patate al forno, il dolce del giorno, vino della casa. Varco l'anonima porta a vetri, mi accoglie un ragazzo.
Lei è quello della televisione. 
Sì, sono io. Ma scrivo pure.
Una puntualizzazione del cazzo. Il ragazzo sarà semianalfabeta. Ho solo voluto prendere le distanze. Eppure lui è contentissimo e mi chiede se poi facciamo un selfie. Gli dico di sì. Mi indica un tavolino all'angolo della sala. Non è un postaccio. Il tovagliato è candido, il pavimento è un collage di mattonelle dai ghirigori colorati. Alle pareti ci sono belle stampe della Palermo antica. La musica in sottofondo è jazz. Su ogni tavolo, saranno una decina in tutto, c'è un 33 giri in vinile con un piccolo cactus al centro.
Giacomo arriva da un corridoio adiacente alla cucina, mi abbraccia e mi bacia. Io sto fermo, allargo le braccia ma è come se avessi sbattuto contro un palo.
Mi sono lavato le mani, se vuoi il bagno è lì in fondo al corridoio.
Ok vado anch'io.
Il bagno è pulito, ci sono un grande specchio con la cornice dorata, i dispenser del sapone e degli asciugamani di carta. Nel water cola una roba liquida bluastra, una specie di disinfettante profumato.
Nella vita vuoi centrare obiettivi di gloria, di realizzazione. Per intanto, vedi di centrarne uno più a portata di mano. grazie, lo Staff.
Non è un postaccio. Direi simpatico e ironico. Magari si mangia uno schifo.

26/02/20

A casa

Lascio l'hotel alle sei e mezza. Alla reception non c'è nessuno. Fuori, un buio ancora notturno, il rumore delle auto che vanno troppo veloce in questa circonvallazione dove a ogni venti metri c'è un albero, o un palo, con un vaso di fiori e una targa. 
Cammino e aspiro l'aria salmastra, conosciuta e piacevole. La ventiquattrore non pesa più di tanto. Ho finito i vestiti. Ho solo un cambio pulito. Una pattuglia rallenta, mi squadra. Il carabiniere  dal finestrino lato passeggero mi chiede se va tutto bene. Gli rispondo di sì, che alloggiavo lì, gli indico il casermone, e che volevo raggiungere la città a piedi. Mi dice Auguri! e mi fa il saluto militare. 
Mi sento come se dovessi andare al patibolo e dovessi finire i miei giorni laddove sono iniziati. Ma posso dire di essere rinato, ieri sera, e che Giacomo mi abbia lanciato una corda mentre stavo appeso a un tronco in un burrone. 
Le coincidenze non esistono. Ma io cammino, su questa strada sporca e maledetta, perché gli ho tenuto la testa e ho ascoltato il suo respiro. 
Dopo un'ora buona, arrivo alla piazzetta, avamposto della città. Il bar è aperto. Ho voglia di un cornetto e di un caffè fatto bene. Ho rinunciato a far colazione in hotel. Avevo paura di incontrare Mimmo e di lasciarmi violentare da quell'affabilità studiata e perversa o di essere scannerizzato dal baffone. Ho lasciato la Montblanc sul comodino. Un vero atto di coraggio che non mi sarei mai aspettato da me. 
Sono stato un quarto d'ora con la penna in mano. Cosa fare? Cosa decidere? 
Credo che solo qui in Sicilia un dono possa anche essere un guinzaglio, o un cappio. Io non ho niente da offrire, se non la mia immagine, a questi qua. Un paio di contatti in televisione, qualche giornalista amico. Ma ho anche una casa a Roma, che può diventare un punto d'appoggio, eventualmente. Sono sprofondato nella paura e alla fine ho abbandonato la penna di quel blu che mi piaceva tanto, davvero. Hanno azzeccato il colore e anche l'inchiostro, gli stronzi, uno strano blu tendente al viola.  Scriveva benissimo, la punta scorreva che era una meraviglia.
Amo le penne, le uso tantissimo: le uniche cose che ho amato scrivere, le ho scritte a penna. Ho una decina di quaderni e un paio di agende fitte fitte di storie, voci, ritratti, sogni, che mai nessuno pubblicherà.
Il barista mi riconosce e chiama la ragazza alla cassa. Un altro selfie, stavolta ingenuo, giocoso. 
Mi piacciono i suoi capelli dice la ragazza. Stamattina li ho legati e ho messo il gel per appianare due ricci indisciplinati. 
Non ho letto i suoi libri perché non ho tempo, ma le cose che dice in televisione sono fantastiche. Addento il cornetto, assaporo la crema con quel retrogusto al limone che sento solo a Palermo, e ingollo il caffè. Non mi permettono di pagare, mi chiedono se possono postare la foto su facebook, faccio spallucce, dico ok. 
Maledetta Maura.
Mi muoverò a piedi più che potrò. Sarò a Danisinni a mezzogiorno, di questo passo. Le scarpe sono comode, non fa caldo, sto bene. Fino a qualche ora fa volevo spiaccicarmi al suolo, sangue e cervello sulle vetrate dell'hotel. Sorrido. Penso di essere ammalato anch'io, di un male peggiore di quello di Giacomo, perché il mio è silente, come un fuocherello che piano piano, giorno dopo giorno, incendia il mio dentro, distrugge ricordi e desideri e quel poco di lucidità che mi resta.
È depressione, forse. Ma riesco anche ad arrabbiarmi e a svegliarmi presto la mattina, a lavarmi, a sorridere per finta, e a pettinarmi. Forse desidero la depressione, l'alibi per annullare gli appuntamenti, non scrivere più le puttanate che scrivo, per licenziare quella testa di minchia di Maura, perché torni Angela e mi accarezzi la testa, ancora una volta, ma lei non può tornare e non la meriterei comunque, la sua pena.
Il sole è alto, impera sulla città e sui miei passi. Ho un po' di affanno e decido di fermarmi e stare un po' seduto su una panchina. C'è un po' di verde attorno, un'aiuola senza fiori e una fontanella. Bevo con le mani a coppa, acqua fresca, acqua santa, perché mi sento vivo, adesso. Non so cosa sia, quale grimaldello abbia azionato ma qualcosa si è aperto e il mio dentro non lo sento bruciare, adesso. Non brucia più. 
Pronto.
Tutto ok? 
Maura.
Tutto ok.
Dormito, fatto colazione?
Sì.
Mi chiede se ho dormito e fatto colazione, non se abbia dormito bene. Vaffanculo.
Benissimo. Domenica ti volevano a Domenica in. Domani c'è sciopero degli aerei, non so se lo sai. Ho detto che eri a Palermo. Quelli di Linea verde fanno la puntata lì, ho parlato con Mirko, secondo lui è una buona occasione. Non ti pagano ma puoi pubblicizzare il libro. Ti contatteranno domani mattina. Farai da Cicerone.
Non voglio.
Mirko è d'accordo.
Dì a Mirko che non voglio.
Non vuoi cosa?
Non voglio fare il coglione di fronte a una telecamera camminando per le strade di una città da cui voglio fuggire.
Non capisco.
Lo so.
Perché sei andato allora?
Cazzi miei.
Parlo con Mirko e ti richiamo.
Mette giù.
Mirko mi dirà che devo, che sono almeno cinquemila copie vendute in più, che si può aprire il varco "malinconia/ricordi struggenti della mia città perduta" che piace tanto. Mi obbligherà ad accettare. Due giorni in più. Mi tocca passare da casa, forse c'è ancora qualcosa di mio dentro qualche cassetto. La casa sarà piena di polvere, di tanfo di chiuso, di altra tristezza di cui non ho bisogno.
Pronto.
E allora? Non puoi rifiutare. È una bella cosa, romantica.
Non mi va.
Mirko ride.
Ti deve andare. Punto. Sono copie vendute in più e magari ti fai venire l'ispirazione per un libro, che ne so, sul ritorno o sulla bellezza dei ricordi. Sei un po' fiacco ultimamente, tesoro.
Quando Mirko intercala con vezzeggiativi e smancerie da checca isterica, dice sul serio.
Non ne ho voglia. Sono stanco.
Sei patetico, non stanco. Fatti venire l'ispirazione, fatti una nuotata, fai quello che vuoi ma domenica mattina sei a Linea verde, senza se e senza ma. Approfittiamo dello sciopero.
Non c'ho i vestiti.
Altra risata.
Gioia cara, vai in una Upim qualunque e comprati una camicia, fatti uno sciampo e sei a posto. Non sbarbarti che stai meglio così, selvaggio. E non trattarmi male Maura che senza di lei saresti finito.
Mi saluta, mi passa Maura. Le dico che non voglio prenotazioni, che vado a casa.
Vado a casa. Suona bene "Vado a casa". Semplice. Lineare. Un fiume che sbocca placidamente nel mare. La strada conosciuta. Il sole che sorge sempre dalla stessa parte. La moka nel secondo scaffale in alto. Le tende coi girasoli in veranda. La cassetta del bagno che perde sempre. Le piastrelle gialle a fiorellini rossi. Lo specchio all'ingresso dove ci guardavamo io e mamma prima che mi accompagnasse a scuola. Mi aggiustava i capelli e me li portava tutti a destra. Io in ascensore li scombinavo e li portavo tutti a sinistra. Casa è la poltrona di papà, intoccabile trono, un totem sacro, nel salotto di fronte al televisore. Mamma coprì la poltrona con un merletto finissimo e posò una Bibbia sulla seduta, il giorno dopo che papà morì. Non si sedette più nessuno su quella poltrona.
Vado a casa. 
Sfortunatamente.
Boh, non so.
Finalmente.

24/02/20

Ospite

Non ho un abito adatto per la cena, mi metto i jeans e una polo nera. Mi pettino, sono sempre più grigi. Angela mi diceva che brizzolato stavo meglio, più calato nel ruolo.
Percepisco ancora le sue mani piccole e ossute tra i capelli. Sono stato una merda.
Mi aspetto una scena tipo Padrino, al primo piano, invece mi viene incontro un giovane biondo con la barba di tre giorni, occhialini dorati, una giacca blu, camicia bianca, jeans anche lui, il cui unico segno di ricercatezza sono le scarpe artigianali di pelle nera, lucidissime. Mi stringe la mano energicamente. Si chiama Domenico. Ha un sorriso aperto. Occhi piccoli e grigi più attenti che vivaci.
Mi fa accomodare a una tavola ben apparecchiata, non pacchiana, semplice, con delle belle porcellane bianche e una composizione di mimose al centro. Accanto a lui c'è la moglie incinta, viso paffuto, rossetto glitter, un vestitino blu che varrà duemila euro, troppo stretto. Lei mi mostra La mia vita dentro te. Mi chiede la dedica. Ho bisogno di una penna, Domenico mi passa un cofanetto con un fiocco dorato. Mi dice di aprirlo. C'è una meravigliosa Montblanc blu zaffiro. E un biglietto: Grati di essere nostro ospite e di aver trovato un Amico, orgoglio della nostra Terra. Mary è visibilmente commossa. Farfuglio qualcosa tipo Non dovevate, non posso... ma Domenico mi sorprende, mi fissa con sguardo sicuro, intraprendente, di chi è abituato a essere sempre vittorioso, e mi infila la penna tra le dita. È una faina, io un topo.
Apro il libro, mi fermo sulla pagina bianca dove è stampato Ad Angela, cui ho consegnato la mia vita. Falso, spacciatore di sentimenti, bugiardo.
Angela mi salutò, dopo la cena da suo padre, con un bacio sulla guancia, mi sorrise e mi augurò di poter essere almeno una volta sincero, in questa vita del cazzo. Disse proprio così, lei che era sempre misurata con le parole e mi bacchettava a ogni mia parolaccia. Non capii, non capii a cosa si riferisse e a chi si riferisse.
Domenico è un perfetto padrone di casa, gli chiedo che formazione abbia, mi dice che si è laureato alla Cattolica e poi ha fatto un corso per chef e che il suocero gli ha dato la possibilità di esprimere entrambe le competenze. Come mai non c'è stasera? domando.
Domenico guarda la moglie, poi dice che il suocero è fuori Palermo.
Mi congratulo per il suo ruolo apicale, gli chiedo com'è coordinare una struttura così mastodontica. Guarda di nuovo sua moglie, lei abbassa le palpebre per mezzo secondo, lui mi risponde con una frasetta buttata lì, non sto attento a ciò che dice, sono affascinato, stupito, spaventato, scandalizzato da quell'incrocio di sguardi. Mi passa la fame. Mangio solo due gamberoni, un paio di patate e mezzo cannolo.
Faccio due foto con Mary che cerca di nascondere il pancione con un foulard. Durante uno scatto, ho avuto l'impressione che mi abbia toccato il sedere.
Poi, la foto di gruppo, col personale della cucina, il baffone, i camerieri e altra gente comparsa dal nulla. Mi dicono di sorridere. Io nelle foto non rido mai. Non ne vedo il motivo.
Domenico mi sussurra all'orecchio Devi ridere, altrimenti sembra che ti stiamo obbligando. Me lo dice stizzito. Sorrido e mando a fanculo Maura, maledetta, col suo semplicismo del cazzo. Ha cercato quattro stelle fronte mare Palermo. Non ha usato nemmeno uno sputo di quel poco di materia grigia che ha sotto quel caschetto di pelacci tinti. Angela avrebbe cercato Mare, porticciolo, albergo Palermo, gioia.
Te la faremo avere. Domenico mi dà una pacca sulla spalla. Sua moglie annuisce.
Cosa? Non capisco più niente: cos'è finto, cos'è vero, cos'è la parola, la verità, o il simbolo, il non detto, il taciuto in questo stanzone di marmi lucidi, specchi e piante di plastica.
La foto. Te la faremo avere. Ce l'abbiamo il tuo indirizzo?
Spero che Maura gli abbia trasmesso solo i riferimenti dell'editore.
Sì, sì, certo. Ce l'avete.
Ti va un tuffo in piscina?
Ho appena mangiato.
L'acqua è riscaldata.
No, scusa, domani ho un impegno, vorrei dormire.
Un impegno di lavoro?
Domenico non molla.
Sì.
Ti chiamo presto. Vengo a Roma spessissimo.
Ok.
Cambierò numero.
Mia moglie è pazza di te.
Mi dispiace.
Ride.
Bisogna farle sognare. C'è chi lo fa con le parole, io non so scrivere ma so... fa un gesto osceno e indica il ventre della sua donna.
Bravo gli dico. Provo pena, anzi no, odio, no, schifo, per quest'omuncolo tirato a lucido, questo pseudomanager mantenuto, intriso della cultura peggiore di qua. Voglio fuggire, mi chiudo in camera, accendo il televisore e metto un canale di video musicali. Mi faccio la doccia e mi strofino come a togliermi la pelle. Mi butto sul letto. Sul comodino c'è una busta con un biglietto e un cioccolatino. Questa volta hai pagato tu, le prossime sei nostro ospite, questa da oggi è casa tua. Mimmo e Mary. 
Mi addormento, con una sensazione di impotenza, di non libertà, di spaesamento.
Mi chiedo perché sono qui, cosa sto cercando, cosa sto chiudendo, se sto chiudendo, oppure sto riaprendo una falda di solfatara, da cui fuoriesce veleno, fuoco, il peggio di ciò che sta sotto di me, dentro la terra su cui ho poggiato i piedi fino a non troppo tempo fa, che ha contaminato le mie ossa, e tutto quello che volevo salvare di me.