17/01/19

Il panaro



All'incrocio che attraverso ogni giorno per andare al lavoro, mi giro perché sento qualcuno gridare: "Forza, dai, dai, non ti preoccupare, vai!". C'è un uomo giovane che sta con le mani a coppa e guarda su, in direzione di un balcone al secondo piano. Vi è affacciata una donna che ha in mano qualcosa. "Dai, forza!", l'uomo la incita. Lei rimane ferma, sembra custodire tra le mani qualcosa di prezioso. Poi si decide e lascia cadere l'oggetto dalle mani. Si sente un vetro spaccarsi e rumore di ferraglia sparsa. Era un cellulare. L'uomo si inginocchia, si mette le mani tra i capelli e si dispera. La donna ha le braccia aperte e fissa smarrita la scena. Non ho tempo, m'incammino, attraverso le strisce, mi volto un secondo, l'uomo è ancora per terra, e sta raccogliendo i pezzi di ciò che, molto probabilmente, non può più essere recuperato.
M'immagino il dopo: lui che dà la colpa a lei perché il lancio non è stato ben calibrato, lei che accusa lui perché non è stato pronto, scattante, o gli dice che avrebbe potuto tranquillamente farsi due piani di scale per prendersi il cellulare dimenticato.
Che scena surreale! Che scelta assurda quella di lanciare un telefonino dal secondo piano!
Siamo al nord. Mi rendo conto che, forse, giù dalle mie parti, non sarebbe accaduto tutto ciò.
Noi abbiamo la cultura del panaro, del paniere di giunco che si cala con una corda: un oggetto vintage e multifunzione. Una cultura che pare esista ancora oggi nei "piani bassi", anche se mia zia aveva un panaro che mollava giù dall'ottavo piano.

18/11/18

albatros

Stamattina, guardando dalla finestra le luci dell'alba, che in questo periodo dell'anno si screziano di rosa e violetto, mi sono lasciato rapire dal volo geometricamente disordinato dei gabbiani che volteggiavano veloci di fronte casa mia, attirati forse dai residui del mercato della piazza. Un volo libero, sfacciato, come a destare l'invidia dell'essere umano che osserva dal basso.
Sempre stamane ho alimentato la mia lista di canzoni sul pc che mi servono per scrivere con più ispirazione o ritemprarmi dopo una giornata di lavoro.
Ho trovato un disco dei Fleetwood Mac che non conoscevo, dal titolo evocativo "Albatros", l'ho incluso senza pensarci nella lista e l'ho ascoltato.
Una meraviglia.
E mi è tornata in mente una poesia di Baudelaire che descrive come si senta un poeta o, aggiungo io, una persona sensibile e abituata ai larghi orizzonti quando viene imprigionata e non compresa, quando rinuncia forzatamente a volare. Si chiama proprio "L'albatro".
Oggi vi faccio partecipi di questa commistione di suoni, visioni e parole che mi ha rapito. Vi e mi dedico questi versi struggenti e questa musica che mi hanno letteralmente accarezzato l'anima con l'augurio che seppur con le ali ferite non perdiamo la speranza di riprendere il nostro volo. 

"Sovente, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave scivolante sugli amari abissi.
Appena li depongono sulla tolda,
questi re dell'azzurro, goffi e vergognosi,
lasciano cadere miseramente ai loro fianchi
le grandi, candide ali, come ritirati remi.
Com'è molle e goffo questo viaggiatore alato!
Lui, poco fa così bello, com'è brutto e ridicolo!
Qualcuno gli stuzzica il becco con una pipa
un altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.
Assomiglia al principe delle nuvole il Poeta,
che abita le tempeste e irride all'arciere,
ma esiliato in terra, fra gli scherni,
le sue ali di gigante gli impediscono di camminare.

YOUTUBE.COM
Albatross. (Fleetwood Mac). One of the greatest instrumental tracks of all time. A beautiful, haunting and thought invoking piece of music. I…

30/10/18

Il cesso del cuore

È imbarazzante ammettere di aver sbagliato entrata alla metro di Roma. Credevo di avere un automatismo ben oliato e invece no. Per un attimo mi sono sentito perso e in trappola. Ho sbagliato direzione, tutto qui. Dovevo andare verso Barberini e invece sono finito alla banchina per Rebibbia. Potevo riderci su. E invece no. Per uno che tiene sotto controllo la maggior parte delle cose e che ha fiducia incondizionata nella propria mente è un campanello d'allarme.
C'erano tanto vento, tante cartacce, tante saracinesche chiuse nell'Aventino. Avevo voglia, in treno, di respirare di nuovo l'aria umida del Viale e pestare le foglie variopinte dell'autunno, sentirle scrocchiare sotto le scarpe. Ero pronto per il mio consueto abbraccio con la città, e invece no. Una volta lì, mi sono lasciato avvincere da una sorta di anaffettivo distacco, come quando incontri una persona cui hai voluto bene in passato ma con cui oggi non ti lega nulla e cerchi di evitarla, perché vuoi dimostrarti di non provare più niente. Così io ho evitato Roma, sabato scorso, non ho cercato il viola, l'arancione, il marrone, il verde marcio, l'oro delle foglie d'ottobre.
Uno degli appuntamenti irrinunciabili quando vado a Roma, in quell'istituto, quasi ogni anno, a fare le mie presentazioni, è fare la pipì nel bagno del primo piano, dietro una porta di legno grigia e lucida, alla fine di una rampa di enormi scale di marmo dei primi del novecento. Un bagno tenuto sempre pulitissimo e in ordine, risalente agli anni quaranta. Per me quel bagno ha rappresentato un pezzettino della mia Roma amata, un luogo in cui ho fatto pipì diverse volte, e in cui ho trovato, forse, gli stessi colori del bagno di mia nonna, nella casa della mia infanzia. Anche stavolta volevo rivedere le mattonelle nere, le mie. E invece no. Ne hanno messe di nuove, rosa, il pavimento è di ceramica beige, il lavabo piccolo, tondo. Un bagno nuovo, funzionale e senza storia.
Due anni fa, e credo ci sia quasi dello schizotipico in questa cosa, fotografai quel bagno, da diverse angolazioni. Sentivo che non sarebbe durato. Che l'avrebbero cambiato, stravolto. Eppure era così decoroso, lindo, in ordine! Con la cassetta dell'acqua appesa al muro e la catena penzolante. Adesso c'è un pulsante, nel muro, una roba più igienica, certamente.  C'era una lampada che pendeva dal tetto avvolta in un supporto metallico minimale. La lampada è rimasta lì, con qualche goccia di bianco sul supporto metallico, perché hanno imbiancato il tetto, ma la lampada c'è ancora.
Brutto quando un cambiamento ti sorprende e non l'hai chiesto, quando la cornice in cui ti muovi è diversa e tu rimani lo stesso di sempre, con i tuoi punti di riferimento affettivi, i tuoi ricordi, le tue stupide certezze. È come un messaggio del destino che ti dice che non è più il tuo posto. Che tutto cambia, che tutto non è come prima. Che l'amore può rinnovarsi ma può anche finire, perché no. Che non si può appartenere a un ricordo anche se è cambiato tutto. Che cercare d'amare allo stesso modo di sempre ciò che non c'è più è complicato. Funziona poco con le persone, figuriamoci con i posti.
A Roma non c'è più il mio cesso del cuore. Nero e bianco, con la catena appesa alla cassetta dell'acqua.
Mi sono sforzato di abbarbicarmi a quel ricordo sulla strada del ritorno, mentre un'aria capricciosa di pioggia scuoteva i platani del Viale. Non c'è più quello che c'era, ma fa lo stesso. Sei tu che oggi non sei in vena: guarda dentro di te che lo trovi, c'è!
A un certo punto, arrivato a Termini, credevo d'esserci riuscito a risentire di amare. E invece no.

07/06/18

ci sarà un altro modo, un altro tempo, un altro luogo...


Sandra, sei stata una delle prime a commentare qui. Il tuo garbo, la tua ironia, la tua tangibile voglia di dissacrare ma allo stesso tempo di accarezzare il mondo, la tua creatività, la tua vicinanza, rimarrà con me e con molti della blogosfera. 
Ho dei ricordi un po' annebbiati ma mi pare che fui il primo a commentare nel tuo neonato blog! Ci apristi il tuo mondo. Avevi tante cose da trasmetterci e quanto amore ci hai dedicato.
Su facebook scherzavamo molto, eri così familiare per me, eppure non ci siamo mai abbracciati, per un motivo o per un altro non ci siamo mai visti di persona. Oggi so, ancora più consapevole, che un'amicizia si sostanzia in un ponte e questo ponte può essere fatto di tante cose o di spirito.
Non hai commentato più su un mio post da febbraio, e in cuor mio sapevo. Nell'ultimo nostro incontro virtuale, noi che scherzavamo sempre su tutto - il nostro rapporto ha sempre camminato sul terreno della sdrammatizzazione - si parlava di demoni. Avevo postato questa  frase di Terzani: "viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé". Tu rispondesti: "Il padre di tutti i viaggi è quello alla ricerca dei propri demoni." Io risposi: "Per stanarli e vincerli. Amando". Tu controbattesti: "All'inizio basta stanarli e riconoscerli. Sto andando da uno bravo. Si capisce?" E tornasti sul terreno del gioco. Io allora ti dissi: "I demoni sono solo bene non ricevuto, fiamme spente, silenzio al posto di una voce, schiaffo al posto di una carezza, oggetti al posto di sogni. Se sta alimentando la fiamma, sì è uno bravo." Della tua malattia dicevi: "Certo mi fai paura ma non più del necessario. L'essere anaffettivi , questo è il vero cancro dell'esistenza e io sono immune. Quando la mia via - come quella di tutti - troverà la meta, so fin d'ora quanti e quali tesori saranno miei per sempre."
Ecco, tu hai alimentato tante fiamme, Sandra, e ci hai regalato un sacco di tesori. Sei stata una persona vicinissima e dolce. 
Come mi dicesti una volta, quando non potei venire a un incontro tra blogger, io ti dico: "ci sarà un altro modo, un altro tempo, un altro luogo...". 


nella foto, uno dei dipinti di Sandra, nel suo blog, che spero rimarrà.


29/05/18

Un cinema e un cielo pieno di stelle


Sono così routinizzato che sgarro massimo di tre minuti. Timbro sempre alle 8,33. Conosco il ritmo del traffico di questa città ormai come il mio respiro. Parcheggio e m'incammino a passo svelto, come ogni mattina, verso il palazzone. Nulla mi distoglie dalla mia marcia. Oggi c’è il sole, stanotte ha piovuto molto. Una macchina sfiora la pozzanghera vicina al semaforo e irriga la gonna di una donna anziana che invece di incazzarsi se la ride.
Mi fermo accanto al bidone dell’immondizia. C’è uno scatolone pieno di tempo, di memoria, d’arte più o meno sopraffina, di risate, forse qualche lacrima, sbadigli, di un’età sfiorita, di un altro mondo, di qualcosa che non c’è più. La morte incombe nel mio cervello che legge i titoli delle videocassette sparse all’interno dello scatolone lasciato aperto, con l’invito surreale a sceglierne una e a portarsela a casa. Matrix, Fiumi di porpora, Il pianista. Pellicole che hanno diciotto, vent’anni.  È stato un giovane a disfarsene o un anziano? No, un anziano no. Un anziano non butta via niente. Un anziano sente pulsare un cuore giovane dentro ad oggetti vecchi. Si disseta del succo dei ricordi.
È la seconda volta, in un paio di giorni, in due posti diversi della città, che mi capita di vedere scatoloni colmi di videocassette ai margini di un marciapiede. E penso alla morte. Non alle pulizie di primavera, a soggetti tecnologici che cestinano il videoregistratore e annessi. No. Vedo un passato chiuso in una scatola ed emozioni abbandonate. Un trasloco, una vita diversa, la casa dei tuoi in vendita dove c’erano le tue videocassette e non sai che fartene.
Un vecchio conserva le cose del figlio. Le spolvera, le allinea, se le guarda, anche se non sa cosa farne. È stato un giovane a mettere Matrix e Il pianista accanto alla differenziata. Qualcuno che si è trovato quel passato fra le mani e non ci ha pensato due volte.
Spero che abbia sofferto un po’ nel riporre le videocassette nello scatolone, che si sia fatto cogliere dalla malinconia. Credo che abbia vissuto quest’emozione, sì, è così! Non avrebbe lasciato lo scatolone aperto! Irragionevolmente avrà voluto condividere con uno sconosciuto quei fotogrammi e ciò che vi era connesso. È comunque il mio passato, avrà pensato, è il passato di mia madre, di mio padre, è parte della mia vita, e puoi prenderla, se vuoi, tu che passi da qui.
Un atto di pietà gentile verso quei supporti obsoleti che comunque t’hanno fatto compagnia.
Faccio una foto, ci scriverò un post. Riprendo meccanicamente il cammino ma i passi perdono la loro sincronia, calpesto la merda di un cane, i pensieri vagano oltre i clacson, oltre l’odore del caffè del bar del Corso, oltre le nuvole viola che minacciano di disturbare la modesta routine umana.  Mi ritrovo, dopo vent’anni, in mezzo a una notte stellatissima. Il paese è buio, si sentono i gufi e nell’aria profumata di mirto girandolano le lucciole. Io e Tony abbiamo smontato tardi dal lavoro, fa caldo, al cinema ci sarà l’aria condizionata. L’unico cinema aperto di lunedì è a cinquanta chilometri dalla città, in un paese tra le colline e le strade statali che sembrano senza uscita ma improvvisamente ti portano in posti che sanno di magia. Vogliamo vedere I fiumi di porpora ma è domani, stasera c’è Malena con la Bellucci. Il film è di rara insulsaggine ma quelle stelle lungo la strada sono fantascientifiche.
Timbro alle 8 e 37. Il mio minuto in più sulla mia tabella di marcia.  Ma non è stato un tempo perduto. Sorrido, e rifletto sul fatto che un’immagine di chiusura, di abbandono, mi abbia rigenerato un ricordo che credevo morto e sepolto. Potere del cinema, chissà, che trasforma in fotogramma anche un ricordo, e di una locandina, seppur stampata sull’etichetta logora di una videocassetta bagnata di pioggia.