12/06/17

Accettare e ripartire


Di fronte a una difficoltà o a un insuccesso puoi: rassegnarti, fuggire, attaccare. 

Se ti rassegni, ti spegni. Spegni le tue energie e stai lì, in quel limbo fumoso di sentimenti contrastanti ma inespressi. 
Se fuggi, ricominci daccapo ma non affronti chiaramente e nettamente i motivi per cui non hai raggiunto il tuo obiettivo. Dimentichi tutto. Anche le cose buone che hai fatto, il tuo impegno, i tuoi sacrifici, il tuo investimento.
Se attacchi, se ti arrabbi, se cominci a prendertela con tutto e con tutti, in un certo senso fuggi ancora, da te stesso, perché proietti fuori da te ciò che non hai il coraggio di vedere dentro di te.
C'è una quarta possibilità: l'accettazione. Accetti di aver perso, di non esserci riuscito, di aver fallito. Ma non ti lasci andare, non spegni le tue energie, perché accettare vuol dire inglobare, incamerare la sconfitta e, dunque, rielaborarla, metabolizzarla. Dall'accettazione possono rifiorire energie inespresse, nuove idee, nuova forza. Nuovi inizi che non demonizzano, né rimuovono, né sopravvalutano il passato, l'errore, il dispiacere.
Il segreto per accettare e ripartire? Io ce l'ho e ce l'hai anche tu. Prova a cercarlo dentro te stesso ma anche fuori da te... :-)

07/06/17

Sguardi e saluti


La mattina, all'incrocio prima del semaforo, a cento metri dal lavoro, c'è una zingara. Una di quelle che se ti guarda, lo sai, scruta il tuo passato meglio di te stesso. All'inizio rifuggivo dal suo sguardo, ne avevo paura, ultimamente la guardo e lei mi saluta. Mi dà un buongiorno serio, non elemosinante, quasi formale. Non mi ha mai teso la mano. Io ricambio allo stesso modo. Ci guardiamo e ci salutiamo, senza chiederci nulla. In modo abbastanza solenne. Probabilmente abbiamo letto il nostro passato che è nei nostri occhi e la tonalità del nostro saluto è frutto di tale lettura, qualsiasi senso abbia. 
Ci stiamo conoscendo, giorno dopo giorno, un "buongiorno" dietro l'altro. Se non la vedo mi chiedo il perché. Forse sta male? Fa troppo freddo?

Quante persone incrociamo e facciamo finta di non conoscere! Per noia, per antipatia o perché abbiamo fretta, chissà. Credo che da uno sguardo tu possa capire com'è fatta una persona, il suo stato d'animo, talvolta le ferite. Per questo tiriamo dritto: per non svelarci, per non offrire la parte più involontaria e comunicativa di noi stessi: la luce degli occhi, che è lo spiraglio della nostra anima. 
Quanta bellezza c'è in uno scambio di sguardi e in un saluto! Quanta condivisione può esserci attraverso un accenno di sorriso o un palmo di mano aperto verso chi ci sta di fronte. Quanto rispetto c'è in una voce che ti dà il buongiorno o ti chiama per nome. Senza chiedere nulla, senza pretendere nulla.

22/05/17

Il ritorno del narcisista




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"Leggo e sento spesso di ritorni del narcisista. E mi chiedo, e soprattutto le chiedo, dottore, se vorrà avere la cortesia di leggere e rispondermi, che senso e quale importanza hanno, per il narcisista, questi ritorni? E che senso e che importanza dovrebbero assumere per noi 'vittime'?"

Mi scrive così, una lettrice di questo blog, in uno dei post più letti e commentati. Ne approfitto per scrivere un nuovo post, anche per agevolare lo scorrimento dei commenti diventato molto laborioso in quello originario (qui il link).

Il quesito è meno semplice di quel che sembri. 
Perché è il "ritorno" il fulcro patologico del rapporto tra il narcisista e la sua vittima.
Un fulcro che diventa vortice per la vittima.

Il senso del ritorno, visto nei due versanti, da un lato quello del narcisista, dall'altro quello della sua vittima, è essenzialmente "speranza".
Il ritorno è speranza.

Da un lato, quella di approfittare di un vantaggio, di un terreno morbido, di un cuore fragile, di tornare a brillare come sole nel temporale, dall'altro quella di una guarigione, di un ravvedimento, di un ricominciare davvero, di un nutrimento sano.

Si torna una volta, si ritorna più volte. Anche l'etimologia del verbo "ritornare" ci suggerisce che per alcune persone il tornare è come andare al supermercato, sapendo di poter trovare quel barattolo di miele che una volta finito, è sempre lì, basta varcare le porte scorrevoli e sorridere alla cassiera.
"Tornare" è un viaggio definitivo, importante, è un atto di responsabilità. "Ritornare" è un'abitudine.

Il senso del ritorno, per il narcisista, è quasi divertente, una sfida al travaglio interiore dell'ex, una sadica sensazione che ha già il sapore della vittoria.
Perché il narcisista sa che la sua vittima lo è per sempre, sa che bussa a una porta mai chiusa per sempre. 
La dipendenza affettiva è una croce. Una condizione psichica difficile da sconfiggere. Più dolorosa da affrontare di quella del partner, che non soffre, perché non sa di avere un disturbo. 
Mentre per il narcisista la sua condizione psichica e patologica è inconsapevole, per il dipendente affettivo la ferita brucia e la consapevolezza di essere malati è un'ombra atroce all'inizio di ogni relazione, è la propria ombra lacrimevole e mendicante nonostante i sorrisi e la fiducia nell'altro.

Il senso del ritorno, per una vittima affettivamente dipendente è speranza di un nuovo inizio. Irrazionale speranza.
Il senso del ritorno per una vittima affettivamente dipendente che ha intrapreso un percorso di introspezione e cura, è una minaccia, è una prova, LA prova dell'avvenuta disintossicazione.

Il narcisista è l'erogatore di un cibo succulento per dipendenti affettivi affamati d'amore, è la bottiglia tappata per chi si ubriaca d'amore finto per dimenticare la sua drammatica solitudine, è il terno al lotto che non arriva mai per chi si ostina a giocare d'azzardo, mettendo sul piatto tutta l'anima e il corpo per una persona che finge tenerezza e amore. 
Non è un azzardo, forse, donarsi, con la speranza che chi ti ha ucciso emotivamente una volta, voglia riportarti in vita?

Il ritorno, per il dipendente affettivo, nel pieno del suo disagio, è l'ennesima speranza che sarà delusa, quella di valere qualcosa e di poter essere amati finalmente.
Il ritorno, per il dipendente affettivo curato, è la tentazione, è il bivio tra astinenza e ricaduta.

Molti possono essere i tempi e le modalità del "ritorno", più o meno sadici o più o meno subdoli possono essere i nuovi tentativi di seduzione del narcisista che torna. Ma il senso è sempre quello della caccia alla preda, del gioco, del passatempo, della soddisfazione, a operazione ultimata, quando di fronte allo specchio si dice "ce l'hai fatta un'altra volta".

"Gli addii possono essere sconvolgenti, ma i ritorni sono sicuramente peggio" scrive la poetessa canadese Margaret Atwood. 
La fine di una dipendenza, che non è mai una fine, ma una sospensione, più o meno convinta, più o meno risoluta, o voluta, più o meno ragionata e abbracciata, è sconvolgente. Perché la sensazione è quella del vuoto. Della fine. Sebbene tu abbia tanti inizi davanti e nemmeno te ne accorga. 
L'addio è sconvolgente. Perché aggredisci la tua dipendenza. Metti un punto e vai a capo.

Il ritorno non solo è sconvolgente ma può essere anche tenebra, ricaduta in quel burrone fatto di stillicidi amorosi, di squalificazioni e umiliazioni, in cui metti da parte la dignità e la ragione.

Ma il ritorno può essere l'occasione per ri-chiudere con un semplice "No, grazie". Per il dipendente affettivo è la più grande vittoria, il più grande regalo che fa a se stesso; per il narcisista è solo un gioco perso, un biglietto scaduto, un imprevisto di second'ordine. Ritenterà e sarà più fortunato. Magari con un'altra persona.

09/02/17

Alla tua altezza

Che stronzo. Si abbassa per farmi capire che sono basso. Mi parla e storce l'anca per farmi apparire più basso. Quando ci salutiamo piega le ginocchia per ridicolizzarmi.
Io sono basso. 
Lui dice di essere un mio amico. Credo non sia alla mia altezza, mentalmente, professionalmente, umanamente. 
Lui, non ho dubbi, pensa che sia più forte di me. Più aitante, più bello. Mi sento io più forte di lui. La natura gli ha dato dei centimetri in più, ma molti neuroni in meno di me.
Sto con lui perché lo trovo meno peggio di tanti altri ma aspetto il momento per rinfacciargli che io sono basso ma molto più furbo di lui.
Nelle foto assieme, io sembro un nano, lui, con la mano sulla mia spalla, un gigante. Buono. Perché sorride sempre, ha quel cazzo di sorriso stampato in viso che gli illumina gli occhi. Io, accigliato, cupo, all'erta. Complicato. Lui dinoccolato, rilassato, semplice.
'Perché sei mio amico?' gli chiesi una volta. Mi rispose 'Non lo so. Gli opposti si attraggono'. Pensai all'altezza e non gli parlai per due settimane.
Organizzammo una cena, con altri, una volta. Ci servivano delle orecchiette. Erano nello scaffale più in alto del supermercato. Dovetti chiedergli di allungare un braccio.
Abbiamo iniziato a giocare a tennis, qualche mese fa. Un martirio. Soprattutto in risposta ai suoi servizi. Del resto, così alto. Troppo facile.

Ieri l'hanno operato.
Ho fatto sei piani di corsa.
Ho litigato con l'infermiera.
Mi ci sono seduto accanto. Dormiva ancora.

Oggi ho preso l'ascensore.
Gli ho portato un lettore mp3 e due Dylan Dog.
A un certo punto mi ha chiesto che l'aiutassi a sedersi nel letto. 
Gli ho sollevato lo schienale con la manovella. Mi ha chiesto di aggiustargli il cuscino e mi ha abbracciato.
Folgorato.
Pentito.
Commosso.
Gli ho detto 'E' la prima volta che ci abbracciamo'.
Mi ha risposto 'Finalmente sono alla tua altezza'.


27/01/17

Due pagine

Queste sono forse le pagine più importanti del mio nuovo libro. Devo ancora finirlo. In queste due pagine non succede niente ma è uno snodo emotivo importante. Non voleva uscire questo grumo di parole e sentimento! Lo trattenevo dentro di me: so perché. Magari un giorno ve ne parlerò.
Mi leggete in pochissimi qui. E siete tutti amici. Voglio condividere questo pezzo con voi. E' uscito così, stamattina. Non so se è scritto male o bene. Non m'interessa. Dev'essere così. Ho omesso solo i nomi. Anche perché non so se rimarranno tali. Ciao, vi abbraccio.
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Accanto all’altarino con la madonna di Lourdes, appesi al muro verde lucido della saletta d’attesa, c’erano dei cuori d’argento, un cuscino ricamato, una barbie e un orsetto di pelouche, la locomotiva di un trenino elettrico, una maschera da sub. Una donna stava aggiustando un mazzo di girasoli freschi dentro a un vaso di marmo. Quella saletta pareva una chiesetta, una stanza da giochi ma anche una camera mortuaria.
M… era andato al bar dell’ospedale a comprare un paio di arancine e qualcosa da bere.
- Lei di chi è parente?
- Di nessuno.
- E perché è qui?
- Sono venuta a trovare una persona.
- E’ in rianimazione?
- Sì.
- E’ un’amica di famiglia?
- Sì e no.
- E’ venuta per la ragazza investita dal camion?
- No.
- Per il bambino volato dal terzo piano?
- Sì.
- C’è sua nonna, mischina, che piange come una vitella orba. E’ sola da ora di pranzo, dietro alla porta a vetri. Non le dicono niente. Non dicono mai niente qui. Se sta peggio, meglio, se si sveglia, se trema, se ha le convulsioni. Niente.
- Lei è una parente?
- Mio figlio è morto tre mesi fa dopo sei mesi di coma.
- E viene ancora?
- Perché non dovrei?
- Suo figlio è morto.
- Questa è stata la sua ultima casa.
- Com’è morto?
- Era un sub, bravo, era un istruttore famoso. S’è impigliato in una rete da pesca.
- Mi dispiace.
- Almeno è morto facendo quello che gli piaceva, non succede a tutti.
- E’ vero. Non succede a tutti.

Era seduta dietro alla vetrata opaca della Rianimazione. Una coroncina in mano, gli occhiali grossi tartarugati, i capelli fini bianchi, con qualche ciocca gialliccia; era stata bionda. Corpulenta, portava delle calze elastiche e delle scarpe da tennis, una gonna di jeans e una camicia bianca a fiori blu.
- Signora, ha mangiato?
- Un minuto che finisco il rosario.
Era assorta nelle sue preghiere. A... ascoltò le ultime parole: Proteggilo Vergine Santa, proteggilo.
- No, non ho mangiato. Ma non ho fame.
- E’ la nonna di F…?
- Sì, lei chi è?
- Sono un ispettore di polizia, mi chiamo A…..
La donna sembrò agitarsi. ….. continuò.
- Sono qui perché voglio sapere come sta suo nipote. L’ho conosciuto per caso a Ballarò. E mi sono affezionata.
- Come l’ha conosciuto?
- Veramente voleva rubarmi il portafogli.
- Mio nipote non ruba.
- Non m’interessa accusarlo. Sono qui perché so che è un ragazzino solo e mi piacerebbe fare qualcosa per lui.
- Ci sono io, ho sempre pensato io a lui.
- Signora, non è facile per me ammettere questa cosa, ma quando ho visto suo nipote ho pensato che avesse bisogno di me, una cosa assurda, irrazionale, mi faccia fare qualcosa per lui. Intanto mangi qualcosa. Il mio collega sta portando qualche pezzo di rosticceria. Si sforzi di mangiare.
- Mi chiami E...
- Lei mi chiami A.
La nonna di F…. mangiò un calzone al forno con loro. A. volle tenerle la mano. D'un tratto quell'altra la ritrasse.
-  Se ne vada a casa sua. Non ha figli?
- Mi dia del tu. No, non ne ho.
- Ah. 
- Resto qui con lei.
- Fra un po’ me ne faranno andare. Mi hanno fatto entrare due minuti. E' intubato. Fino a che non mi dicono che è morto starò seduta qui vicino a lui. Dormirò nella sala d'aspetto.