25/01/18

Una scelta

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Ci sono alcune rinunce che diventano rimpianti. Altre no.

Fai delle scelte che, apparentemente infelici, quasi del tutto inconsapevoli, si annidano nel tuo sistema di valori e ti fanno spiccare il volo comunque, in un orizzonte opaco che diventa chiaro quando percepisci, dopo un po' di tempo, cosa hai perso e cosa hai guadagnato.
Avevo diciottanni e una passione sconsiderata per la radio.
Credevo di essere troppo giovane, troppo ingenuo, troppo scarso per fare radio, dunque contattavo le emittenti rionali, quelle infrattate negli angoli più nascosti dell’etere, finanche abusive, anche se non lo sapevo che erano abusive. Mi proponevo e spesso andava bene solo che o non mi piaceva il titolare o erano troppo lontane da casa, o notavo qualcosa di ambiguo e tergiversavo.

Chiamai Lucien. 
Avevamo passato quegli ultimi pomeriggi a studiare la scaletta di quella che sarebbe diventata la trasmissione più incredibile dell’etere palermitano, un perfetto mix di cultura, musica rock, fumetti (Lucien era un appassionato) ed emozioni (mi ero appena iscritto a psicologia e già mi atteggiavo a psicanalista).
- Mi hanno richiamato. Ci fanno un provino domani pomeriggio – la mia voce tremava dall’eccitazione.
- Ma è una radio storica
- Di più è LA radio qui a Palermo.
-  Dobbiamo organizzarci. Capire i nostri tempi. Vieni a casa mia che proviamo.
- Lucien, ce la faremo? – la mia voce era incrinata
- Certo che sì. L’idea è fantastica. Siamo in gamba e non sbagliamo i congiuntivi. 

Ottimista Lucien. 
Tornai a casa mia verso mezzanotte. Avevamo  preparato una scaletta di 20 minuti. Lui parlava dei Pink Floyd, poi entravo io e raccontavo di quel film che aveva vinto non so che premio e che parlava d’amore, poi rientrava lui e leggeva una striscia di Dylan Dog commentandone il senso. Poi salutavamo dando appuntamento all’ipotetica successiva puntata.
L’indomani mattina mi svegliai rintronato. Avevo dormito poco e male. Mi ero tuffato in mare e non ero più risalito, mi ero trasformato in un pesciolino argentato e finivo inghiottito da una balena. Poi mi accorgevo di essere stato sputato sulla spiaggia ma non avevo più la voce ed ero nudo. Telefonai a Lucien.
- Come ci vestiamo?
- Ma stai bene?  Ti sento un po’ rincoglionito.

Ho sempre creduto alla cristallina verità dei sogni e al fatto che siano premonitori se non tanto di un evento quanto dell’atteggiamento di fronte a un evento. E io mi stavo cagando sotto.
 Ho dormito malissimo.
- Riprenditi, fatti un caffè. Dormi! Abbiamo quattro ore davanti.
- Non ce la faccio. Ma ti rendi conto che la nostra vita può cambiare di punto in bianco, Lucien?
-  No. Non me ne rendo conto. Ti stai facendo un sacco di paranoie.
- Come ci vestiamo?
- Ma sei scemo? Normali. Normalissimi. Dovremo parlare davanti a un microfono, non di fronte a una telecamera.

Aveva sempre ragione Lucien. Ma io ero troppo emozionato. A me l’avrebbe cambiata la vita, quel programma. Ci tenevo troppo. Avevo voglia di comunicare, di progettare qualcosa di buono, mi vedevo già in un network nazionale e magari in televisione, dopo il successo in radio. Con o senza di lui.
C’erano dei divani bianchi su una moquette rossa, dei poster dei Beatles, un angolo bar, s’intravedeva una stanza enorme piena di dischi. Accanto alla sala regia c’era un acquario con un paio di pesci tropicali e una specie di pesce palla d’argento. Ebbi un brivido lungo la schiena. 
Il provino durò un quarto d’ora. Io e Lucien andammo a bere una coca nel bar sotto il palazzone che ospitava la radio.
- È andata bene, no? – lui era divertito, spensierato
- Boh?
-  Dai che è andata bene, siamo forti.
- Se lo dici tu.

Sì, era andata abbastanza bene ma in sala regia non vidi nulla che mi facesse immaginare che fossimo piaciuti. Ci interruppero prima di chiudere la mini scaletta e no, non era un buon segno. Ero stanchissimo e sfiduciato. Io e Lucien non ci sentimmo per quasi una settimana. Mi sentivo bloccato, come se aspettassi da lui la notizia. Avevamo dato i nostri numeri telefonici. Avrebbero chiamato o me o lui, indifferentemente. Chiamarono me. Volevano vedermi da solo. Andai, non dissi niente a Lucien.
Mi dissero che io andavo bene, che lavorando sui tempi, con un po’ di pratica, m’avrebbero dato uno spazio e avrebbero investito su di me. Solo su di me.
Ci sono certe scelte che nidificano su un sistema di valori. Quella volta la mia scelta volò e si posò sul nido dell’amicizia.
Rinunciai. “O insieme o non se ne fa niente”.
Infatti non se ne fece niente. 
Lucien non seppe mai di quell’incontro.
Due mesi dopo io ero davanti a un microfono, al decimo piano di un caseggiato popolare. La mia voglia di essere ascoltato attraverso i forellini di una radio fu invincibile. Così mi feci il mio programma, a mia immagine e somiglianza. Due volte alla settimana. Leggevo le notizie, passavo in diretta gli ascoltatori. Alcuni mi telefonavano dicendo che non si capiva una minchia di quello che dicevo e che la musica che mettevo faceva schifo. Dopo di me c’era un tizio che leggeva poesie e faceva girare dischi della tradizione partenopea, tipo Mario Merola. Eppure, ero felice. Senza rimpianti. La titolare della radio spesso mi portava il caffè, abitava accanto,  e più di una volta sistemò lo stendibiancheria pieno di panni  di fronte alla consolle. Ma non m’importava.  
Io ero ascoltato potenzialmente da chissà quante persone. 
Volavo nella città. 
Durò poco ma fu bellissimo.
Avevo perduto un’occasione, ma avevo guadagnato una cosa importante: la bellezza di un progetto, di un sogno condiviso fino all’ultimo. Un’illusione che non doveva essere spezzata. Come quell’amicizia con Lucien.
Chissà oggi Lucien dov’è e cosa fa. E se mai ripenserà qualche volta a quel sogno condiviso, ai miei occhi e ai suoi che incrociandosi si dicevano “ce la faremo”.
Chissà.  

03/08/17

Pausa e trasloco


Questo blog si prende una pausa.
L'ho amato e lo amo.
È stato il mezzo per incontrare parecchie anime belle.
Con alcuni di voi ci siamo pure conosciuti di persona.
Lo metto in stand by.
E mi trasferisco.
Questa rimane la mia seconda casa, quella di fronte al mare ma senza bidè e gas di città.

Di tanto in tanto aprirò queste finestre e toglierò un po' di polvere. Dunque non cancellate l'indirizzo.
Di là ho pure la doccia con l'aromaterapia :-)
E la stanza per gli ospiti con il parquet.

Seguitemi pure di là.
Questo il link: https://brunoperniceblog.wordpress.com/

Vi voglio bene.
Bruno

12/06/17

Accettare e ripartire


Di fronte a una difficoltà o a un insuccesso puoi: rassegnarti, fuggire, attaccare. 

Se ti rassegni, ti spegni. Spegni le tue energie e stai lì, in quel limbo fumoso di sentimenti contrastanti ma inespressi. 
Se fuggi, ricominci daccapo ma non affronti chiaramente e nettamente i motivi per cui non hai raggiunto il tuo obiettivo. Dimentichi tutto. Anche le cose buone che hai fatto, il tuo impegno, i tuoi sacrifici, il tuo investimento.
Se attacchi, se ti arrabbi, se cominci a prendertela con tutto e con tutti, in un certo senso fuggi ancora, da te stesso, perché proietti fuori da te ciò che non hai il coraggio di vedere dentro di te.
C'è una quarta possibilità: l'accettazione. Accetti di aver perso, di non esserci riuscito, di aver fallito. Ma non ti lasci andare, non spegni le tue energie, perché accettare vuol dire inglobare, incamerare la sconfitta e, dunque, rielaborarla, metabolizzarla. Dall'accettazione possono rifiorire energie inespresse, nuove idee, nuova forza. Nuovi inizi che non demonizzano, né rimuovono, né sopravvalutano il passato, l'errore, il dispiacere.
Il segreto per accettare e ripartire? Io ce l'ho e ce l'hai anche tu. Prova a cercarlo dentro te stesso ma anche fuori da te... :-)

07/06/17

Sguardi e saluti


La mattina, all'incrocio prima del semaforo, a cento metri dal lavoro, c'è una zingara. Una di quelle che se ti guarda, lo sai, scruta il tuo passato meglio di te stesso. All'inizio rifuggivo dal suo sguardo, ne avevo paura, ultimamente la guardo e lei mi saluta. Mi dà un buongiorno serio, non elemosinante, quasi formale. Non mi ha mai teso la mano. Io ricambio allo stesso modo. Ci guardiamo e ci salutiamo, senza chiederci nulla. In modo abbastanza solenne. Probabilmente abbiamo letto il nostro passato che è nei nostri occhi e la tonalità del nostro saluto è frutto di tale lettura, qualsiasi senso abbia. 
Ci stiamo conoscendo, giorno dopo giorno, un "buongiorno" dietro l'altro. Se non la vedo mi chiedo il perché. Forse sta male? Fa troppo freddo?

Quante persone incrociamo e facciamo finta di non conoscere! Per noia, per antipatia o perché abbiamo fretta, chissà. Credo che da uno sguardo tu possa capire com'è fatta una persona, il suo stato d'animo, talvolta le ferite. Per questo tiriamo dritto: per non svelarci, per non offrire la parte più involontaria e comunicativa di noi stessi: la luce degli occhi, che è lo spiraglio della nostra anima. 
Quanta bellezza c'è in uno scambio di sguardi e in un saluto! Quanta condivisione può esserci attraverso un accenno di sorriso o un palmo di mano aperto verso chi ci sta di fronte. Quanto rispetto c'è in una voce che ti dà il buongiorno o ti chiama per nome. Senza chiedere nulla, senza pretendere nulla.

22/05/17

Il ritorno del narcisista




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"Leggo e sento spesso di ritorni del narcisista. E mi chiedo, e soprattutto le chiedo, dottore, se vorrà avere la cortesia di leggere e rispondermi, che senso e quale importanza hanno, per il narcisista, questi ritorni? E che senso e che importanza dovrebbero assumere per noi 'vittime'?"

Mi scrive così, una lettrice di questo blog, in uno dei post più letti e commentati. Ne approfitto per scrivere un nuovo post, anche per agevolare lo scorrimento dei commenti diventato molto laborioso in quello originario (qui il link).

Il quesito è meno semplice di quel che sembri. 
Perché è il "ritorno" il fulcro patologico del rapporto tra il narcisista e la sua vittima.
Un fulcro che diventa vortice per la vittima.

Il senso del ritorno, visto nei due versanti, da un lato quello del narcisista, dall'altro quello della sua vittima, è essenzialmente "speranza".
Il ritorno è speranza.

Da un lato, quella di approfittare di un vantaggio, di un terreno morbido, di un cuore fragile, di tornare a brillare come sole nel temporale, dall'altro quella di una guarigione, di un ravvedimento, di un ricominciare davvero, di un nutrimento sano.

Si torna una volta, si ritorna più volte. Anche l'etimologia del verbo "ritornare" ci suggerisce che per alcune persone il tornare è come andare al supermercato, sapendo di poter trovare quel barattolo di miele che una volta finito, è sempre lì, basta varcare le porte scorrevoli e sorridere alla cassiera.
"Tornare" è un viaggio definitivo, importante, è un atto di responsabilità. "Ritornare" è un'abitudine.

Il senso del ritorno, per il narcisista, è quasi divertente, una sfida al travaglio interiore dell'ex, una sadica sensazione che ha già il sapore della vittoria.
Perché il narcisista sa che la sua vittima lo è per sempre, sa che bussa a una porta mai chiusa per sempre. 
La dipendenza affettiva è una croce. Una condizione psichica difficile da sconfiggere. Più dolorosa da affrontare di quella del partner, che non soffre, perché non sa di avere un disturbo. 
Mentre per il narcisista la sua condizione psichica e patologica è inconsapevole, per il dipendente affettivo la ferita brucia e la consapevolezza di essere malati è un'ombra atroce all'inizio di ogni relazione, è la propria ombra lacrimevole e mendicante nonostante i sorrisi e la fiducia nell'altro.

Il senso del ritorno, per una vittima affettivamente dipendente è speranza di un nuovo inizio. Irrazionale speranza.
Il senso del ritorno per una vittima affettivamente dipendente che ha intrapreso un percorso di introspezione e cura, è una minaccia, è una prova, LA prova dell'avvenuta disintossicazione.

Il narcisista è l'erogatore di un cibo succulento per dipendenti affettivi affamati d'amore, è la bottiglia tappata per chi si ubriaca d'amore finto per dimenticare la sua drammatica solitudine, è il terno al lotto che non arriva mai per chi si ostina a giocare d'azzardo, mettendo sul piatto tutta l'anima e il corpo per una persona che finge tenerezza e amore. 
Non è un azzardo, forse, donarsi, con la speranza che chi ti ha ucciso emotivamente una volta, voglia riportarti in vita?

Il ritorno, per il dipendente affettivo, nel pieno del suo disagio, è l'ennesima speranza che sarà delusa, quella di valere qualcosa e di poter essere amati finalmente.
Il ritorno, per il dipendente affettivo curato, è la tentazione, è il bivio tra astinenza e ricaduta.

Molti possono essere i tempi e le modalità del "ritorno", più o meno sadici o più o meno subdoli possono essere i nuovi tentativi di seduzione del narcisista che torna. Ma il senso è sempre quello della caccia alla preda, del gioco, del passatempo, della soddisfazione, a operazione ultimata, quando di fronte allo specchio si dice "ce l'hai fatta un'altra volta".

"Gli addii possono essere sconvolgenti, ma i ritorni sono sicuramente peggio" scrive la poetessa canadese Margaret Atwood. 
La fine di una dipendenza, che non è mai una fine, ma una sospensione, più o meno convinta, più o meno risoluta, o voluta, più o meno ragionata e abbracciata, è sconvolgente. Perché la sensazione è quella del vuoto. Della fine. Sebbene tu abbia tanti inizi davanti e nemmeno te ne accorga. 
L'addio è sconvolgente. Perché aggredisci la tua dipendenza. Metti un punto e vai a capo.

Il ritorno non solo è sconvolgente ma può essere anche tenebra, ricaduta in quel burrone fatto di stillicidi amorosi, di squalificazioni e umiliazioni, in cui metti da parte la dignità e la ragione.

Ma il ritorno può essere l'occasione per ri-chiudere con un semplice "No, grazie". Per il dipendente affettivo è la più grande vittoria, il più grande regalo che fa a se stesso; per il narcisista è solo un gioco perso, un biglietto scaduto, un imprevisto di second'ordine. Ritenterà e sarà più fortunato. Magari con un'altra persona.