26/02/20

A casa

Lascio l'hotel alle sei e mezza. Alla reception non c'è nessuno. Fuori, un buio ancora notturno, il rumore delle auto che vanno troppo veloce in questa circonvallazione dove a ogni venti metri c'è un albero, o un palo, con un vaso di fiori e una targa. 
Cammino e aspiro l'aria salmastra, conosciuta e piacevole. La ventiquattrore non pesa più di tanto. Ho finito i vestiti. Ho solo un cambio pulito. Una pattuglia rallenta, mi squadra. Il carabiniere  dal finestrino lato passeggero mi chiede se va tutto bene. Gli rispondo di sì, che alloggiavo lì, gli indico il casermone, e che volevo raggiungere la città a piedi. Mi dice Auguri! e mi fa il saluto militare. 
Mi sento come se dovessi andare al patibolo e dovessi finire i miei giorni laddove sono iniziati. Ma posso dire di essere rinato, ieri sera, e che Giacomo mi abbia lanciato una corda mentre stavo appeso a un tronco in un burrone. 
Le coincidenze non esistono. Ma io cammino, su questa strada sporca e maledetta, perché gli ho tenuto la testa e ho ascoltato il suo respiro. 
Dopo un'ora buona, arrivo alla piazzetta, avamposto della città. Il bar è aperto. Ho voglia di un cornetto e di un caffè fatto bene. Ho rinunciato a far colazione in hotel. Avevo paura di incontrare Mimmo e di lasciarmi violentare da quell'affabilità studiata e perversa o di essere scannerizzato dal baffone. Ho lasciato la Montblanc sul comodino. Un vero atto di coraggio che non mi sarei mai aspettato da me. 
Sono stato un quarto d'ora con la penna in mano. Cosa fare? Cosa decidere? 
Credo che solo qui in Sicilia un dono possa anche essere un guinzaglio, o un cappio. Io non ho niente da offrire, se non la mia immagine, a questi qua. Un paio di contatti in televisione, qualche giornalista amico. Ma ho anche una casa a Roma, che può diventare un punto d'appoggio, eventualmente. Sono sprofondato nella paura e alla fine ho abbandonato la penna di quel blu che mi piaceva tanto, davvero. Hanno azzeccato il colore e anche l'inchiostro, gli stronzi, uno strano blu tendente al viola.  Scriveva benissimo, la punta scorreva che era una meraviglia.
Amo le penne, le uso tantissimo: le uniche cose che ho amato scrivere, le ho scritte a penna. Ho una decina di quaderni e un paio di agende fitte fitte di storie, voci, ritratti, sogni, che mai nessuno pubblicherà.
Il barista mi riconosce e chiama la ragazza alla cassa. Un altro selfie, stavolta ingenuo, giocoso. 
Mi piacciono i suoi capelli dice la ragazza. Stamattina li ho legati e ho messo il gel per appianare due ricci indisciplinati. 
Non ho letto i suoi libri perché non ho tempo, ma le cose che dice in televisione sono fantastiche. Addento il cornetto, assaporo la crema con quel retrogusto al limone che sento solo a Palermo, e ingollo il caffè. Non mi permettono di pagare, mi chiedono se possono postare la foto su facebook, faccio spallucce, dico ok. 
Maledetta Maura.
Mi muoverò a piedi più che potrò. Sarò a Danisinni a mezzogiorno, di questo passo. Le scarpe sono comode, non fa caldo, sto bene. Fino a qualche ora fa volevo spiaccicarmi al suolo, sangue e cervello sulle vetrate dell'hotel. Sorrido. Penso di essere ammalato anch'io, di un male peggiore di quello di Giacomo, perché il mio è silente, come un fuocherello che piano piano, giorno dopo giorno, incendia il mio dentro, distrugge ricordi e desideri e quel poco di lucidità che mi resta.
È depressione, forse. Ma riesco anche ad arrabbiarmi e a svegliarmi presto la mattina, a lavarmi, a sorridere per finta, e a pettinarmi. Forse desidero la depressione, l'alibi per annullare gli appuntamenti, non scrivere più le puttanate che scrivo, per licenziare quella testa di minchia di Maura, perché torni Angela e mi accarezzi la testa, ancora una volta, ma lei non può tornare e non la meriterei comunque, la sua pena.
Il sole è alto, impera sulla città e sui miei passi. Ho un po' di affanno e decido di fermarmi e stare un po' seduto su una panchina. C'è un po' di verde attorno, un'aiuola senza fiori e una fontanella. Bevo con le mani a coppa, acqua fresca, acqua santa, perché mi sento vivo, adesso. Non so cosa sia, quale grimaldello abbia azionato ma qualcosa si è aperto e il mio dentro non lo sento bruciare, adesso. Non brucia più. 
Pronto.
Tutto ok? 
Maura.
Tutto ok.
Dormito, fatto colazione?
Sì.
Mi chiede se ho dormito e fatto colazione, non se abbia dormito bene. Vaffanculo.
Benissimo. Domenica ti volevano a Domenica in. Domani c'è sciopero degli aerei, non so se lo sai. Ho detto che eri a Palermo. Quelli di Linea verde fanno la puntata lì, ho parlato con Mirko, secondo lui è una buona occasione. Non ti pagano ma puoi pubblicizzare il libro. Ti contatteranno domani mattina. Farai da Cicerone.
Non voglio.
Mirko è d'accordo.
Dì a Mirko che non voglio.
Non vuoi cosa?
Non voglio fare il coglione di fronte a una telecamera camminando per le strade di una città da cui voglio fuggire.
Non capisco.
Lo so.
Perché sei andato allora?
Cazzi miei.
Parlo con Mirko e ti richiamo.
Mette giù.
Mirko mi dirà che devo, che sono almeno cinquemila copie vendute in più, che si può aprire il varco "malinconia/ricordi struggenti della mia città perduta" che piace tanto. Mi obbligherà ad accettare. Due giorni in più. Mi tocca passare da casa, forse c'è ancora qualcosa di mio dentro qualche cassetto. La casa sarà piena di polvere, di tanfo di chiuso, di altra tristezza di cui non ho bisogno.
Pronto.
E allora? Non puoi rifiutare. È una bella cosa, romantica.
Non mi va.
Mirko ride.
Ti deve andare. Punto. Sono copie vendute in più e magari ti fai venire l'ispirazione per un libro, che ne so, sul ritorno o sulla bellezza dei ricordi. Sei un po' fiacco ultimamente, tesoro.
Quando Mirko intercala con vezzeggiativi e smancerie da checca isterica, dice sul serio.
Non ne ho voglia. Sono stanco.
Sei patetico, non stanco. Fatti venire l'ispirazione, fatti una nuotata, fai quello che vuoi ma domenica mattina sei a Linea verde, senza se e senza ma. Approfittiamo dello sciopero.
Non c'ho i vestiti.
Altra risata.
Gioia cara, vai in una Upim qualunque e comprati una camicia, fatti uno sciampo e sei a posto. Non sbarbarti che stai meglio così, selvaggio. E non trattarmi male Maura che senza di lei saresti finito.
Mi saluta, mi passa Maura. Le dico che non voglio prenotazioni, che vado a casa.
Vado a casa. Suona bene "Vado a casa". Semplice. Lineare. Un fiume che sbocca placidamente nel mare. La strada conosciuta. Il sole che sorge sempre dalla stessa parte. La moka nel secondo scaffale in alto. Le tende coi girasoli in veranda. La cassetta del bagno che perde sempre. Le piastrelle gialle a fiorellini rossi. Lo specchio all'ingresso dove ci guardavamo io e mamma prima che mi accompagnasse a scuola. Mi aggiustava i capelli e me li portava tutti a destra. Io in ascensore li scombinavo e li portavo tutti a sinistra. Casa è la poltrona di papà, intoccabile trono, un totem sacro, nel salotto di fronte al televisore. Mamma coprì la poltrona con un merletto finissimo e posò una Bibbia sulla seduta, il giorno dopo che papà morì. Non si sedette più nessuno su quella poltrona.
Vado a casa. 
Sfortunatamente.
Boh, non so.
Finalmente.

24/02/20

Ospite

Non ho un abito adatto per la cena, mi metto i jeans e una polo nera. Mi pettino, sono sempre più grigi. Angela mi diceva che brizzolato stavo meglio, più calato nel ruolo.
Percepisco ancora le sue mani piccole e ossute tra i capelli. Sono stato una merda.
Mi aspetto una scena tipo Padrino, al primo piano, in direzione del mare, invece mi viene incontro un giovane biondo con la barba di tre giorni, occhialini dorati, una giacca blu, camicia bianca, jeans anche lui, il cui unico segno di ricercatezza sono le scarpe artigianali di pelle nera, lucidissime. Mi stringe la mano energicamente. Si chiama Domenico. Ha un sorriso aperto. Occhi piccoli e grigi più attenti che vivaci.
Mi fa accomodare a una tavola ben apparecchiata, non pacchiana, semplice, con delle belle porcellane bianche e una composizione di mimose al centro. Accanto a lui c'è la moglie incinta, viso paffuto, rossetto glitter, un vestitino blu che varrà duemila euro, troppo stretto. Lei mi mostra La mia vita dentro te. Mi chiede la dedica. Ho bisogno di una penna, Domenico mi passa un cofanetto con un fiocco dorato. Mi dice di aprirlo. C'è una meravigliosa Montblanc blu zaffiro. E un biglietto: Grati di essere nostro ospite e di aver trovato un Amico, orgoglio della nostra Terra. Mary è visibilmente commossa. Farfuglio qualcosa tipo Non dovevate, non posso... ma Domenico mi sorprende, mi fissa con sguardo sicuro, intraprendente, di chi è abituato a essere sempre vittorioso, e mi infila la penna tra le dita. È una faina, io un topo.
Apro il libro, mi fermo sulla pagina bianca dove è stampato Ad Angela, cui ho consegnato la mia vita. Falso, spacciatore di sentimenti, bugiardo.
Angela mi salutò, dopo la cena da suo padre, con un bacio sulla guancia, mi sorrise e mi augurò di poter essere almeno una volta sincero, in questa vita del cazzo. Disse proprio così, lei che era sempre misurata con le parole e mi bacchettava a ogni mia parolaccia. Non capii, non capii a cosa si riferisse e a chi si riferisse.
Domenico è un perfetto padrone di casa, gli chiedo che formazione abbia, mi dice che si è laureato alla Cattolica e poi ha fatto un corso per chef e che il suocero gli ha dato la possibilità di esprimere entrambe le competenze. Come mai non c'è stasera? domando.
Domenico guarda la moglie, poi dice che il suocero è fuori Palermo.
Mi congratulo per il suo ruolo apicale, gli chiedo com'è coordinare una struttura così mastodontica. Guarda di nuovo sua moglie, lei abbassa le palpebre per mezzo secondo, lui mi risponde con una frasetta buttata lì, non sto attento a ciò che dice, sono affascinato, stupito, spaventato, scandalizzato da quell'incrocio di sguardi. Mi passa la fame. Mangio solo due gamberoni, un paio di patate e mezzo cannolo.
Faccio due foto con Mary che cerca di nascondere il pancione con un foulard. Durante uno scatto, ho avuto l'impressione che mi abbia toccato il sedere.
Poi, la foto di gruppo, col personale della cucina, il baffone, i camerieri e altra gente comparsa dal nulla. Mi dicono di sorridere. Io nelle foto non rido mai. Non ne vedo il motivo.
Domenico mi sussurra all'orecchio Devi ridere, altrimenti sembra che ti stiamo obbligando. Me lo dice stizzito. Sorrido e mando a fanculo Maura, maledetta, col suo semplicismo del cazzo. Ha cercato quattro stelle fronte mare Palermo. Non ha usato nemmeno uno sputo di quel poco di materia grigia che ha sotto quel caschetto di pelacci tinti. Angela avrebbe cercato Mare, porticciolo, albergo Palermo, gioia.
Te la faremo avere. Domenico mi dà una pacca sulla spalla. Sua moglie annuisce.
Cosa? Non capisco più niente: cos'è finto, cos'è vero, cos'è la parola, la verità, o il simbolo, il non detto, il taciuto in questo stanzone di marmi lucidi, specchi e piante di plastica.
La foto. Te la faremo avere. Ce l'abbiamo il tuo indirizzo?
Spero che Maura gli abbia trasmesso solo i riferimenti dell'editore.
Sì, sì, certo. Ce l'avete.
Ti va un tuffo in piscina?
Ho appena mangiato.
L'acqua è riscaldata.
No, scusa, domani ho un impegno, vorrei dormire.
Un impegno di lavoro?
Domenico non molla.
Sì.
Ti chiamo presto. Vengo a Roma spessissimo.
Ok.
Cambierò numero.
Mia moglie è pazza di te.
Mi dispiace.
Ride.
Bisogna farle sognare. C'è chi lo fa con le parole, io non so scrivere ma so... fa un gesto osceno e indica il ventre della sua donna.
Bravo gli dico. Provo pena, anzi no, odio, no, schifo, per quest'omuncolo tirato a lucido, questo pseudomanager mantenuto, intriso della cultura peggiore di qua. Voglio fuggire, mi chiudo in camera, accendo il televisore e metto un canale di video musicali. Mi faccio la doccia e mi strofino come a togliermi la pelle. Mi butto sul letto. Sul comodino c'è una busta con un biglietto e un cioccolatino. Questa volta hai pagato tu, le prossime sei nostro ospite, questa da oggi è casa tua. Mimmo e Mary. 
Mi addormento, con una sensazione di impotenza, di non libertà, di spaesamento.
Mi chiedo perché sono qui, cosa sto cercando, cosa sto chiudendo, se sto chiudendo, oppure sto riaprendo una falda di solfatara, da cui fuoriesce veleno, fuoco, il peggio di ciò che sta sotto di me, dentro la terra su cui ho poggiato i piedi fino a non troppo tempo fa, che ha contaminato le mie ossa, e tutto quello che volevo salvare di me.


14/02/20

Tu mi salverai

Saluto la direttrice di Villa S.Luca e fuggo. 
Veloce, ogni passo un ricordo da calpestare. 
Il beverone. Mi fermo alla salumeria accanto al panificio vicino alla metropolitana. Chiedo una bottiglietta d'acqua. Mi riconoscono. Si fanno le foto con me, esce il titolare del panificio con un pezzo di pizza caldo e vuole che lo mangi, lo addento, un'altra foto. Mia moglie ha fatto le lasagne al radicchio, la segue sempre in televisione. La moglie del salumiere arriva di corsa, mi abbraccia, mi stampa il rossetto sulle guance. Sei l'orgoglio di Palermo. Altre foto con la lasagna in mano. Vino, ci vuole il vino. Il salumiere stappa un passito dolcissimo. Brindisi. Foto. Sorrido. Li odio. Ho ingurgitato duemila calorie. Mi divincolo, loro nemmeno se ne accorgono, salgo sulla metro. Sei fermate, poi a piedi. 
Ho chiesto a Maura di prenotarmi due notti in un hotel fuori dal centro da dove si vede il mare.
Angela avrebbe scelto meglio, Maura non conosce bene ciò che voglio, ciò di cui ho bisogno.
Volevo un hotel fuori dal centro da dove si vede il mare. Mi ha preso alla lettera. 
Ha scelto un casermone quattro stelle in mezzo al nulla, adiacente a una baraccopoli, effettivamente fronte mare. Ma è il mare delle petroliere, della costa deturpata da mostri abusivi di cemento, delle puttane nigeriane, degli incontri clandestini. 
Ci sono costruzioni che sorgono in luoghi ameni, magari bruttarelle ma che alla fine si armonizzano col resto, si ingentiliscono, diventano parte del bello. Altre costruzioni distruggono. La giustificazione che lì non c'era niente è un alibi per avallare una violenza, un'imposizione. Quest'hotel è una violenza. Deturpa. Offende. Rende ancora più misera la baraccopoli. Esiste per rendere la baraccopoli ancora più baraccopoli, per rendere più povera la povertà.  
Se dovessi spiegare a un non autoctono da dove si capisce che un palazzo, un'attività commerciale, un ospedale, siano la trasmutazione di soldi sporchi di sangue, gli direi di guardarli un attimo. 
È troppo per quel contesto? È un'opera imposta. 
Un'altra cosa che gli direi è di guardare il personale. È lento, distratto, allegro ma guardingo, sembra che sia lì per smistare e non per accogliere? È imposto. È personale prettamente maschile? Imposto.
Alla reception mi accoglie un uomo coi baffi. Cerimonioso e stucchevole. Sulla mano destra ha tatuati dei numeri. Non è una data. Mi riconosce. Mi dice che ha parlato con la mia segretaria e che mi ha riservato la suite all'ottavo piano, gli dico che no, non è la mia segretaria ma la mia agente, mi chiede se cenerò al ristorante dell'hotel e mi dice che il direttore avrebbe l'onore di offrirmi la cena e di conoscermi. Onore. Ecco, direi al non autoctono che anche le parole, qui, hanno un senso duplice, sono ciò che significano, da vocabolario, e ciò che simbolizzano e impongono. Dico codardamente di sì. Mi ripeto che è il mio desiderio di conoscere la società, di avere uno sguardo sul mondo nitido e implacabile, la mia tensione sociale ad avermi fatto accettare l'invito. La verità è che sono un vigliacco. Ho avuto paura. La paura del palermitano.
Angela mi avrebbe prenotato un due stelle fuori città, vicino a un porticciolo naturale e a una piazzetta, dove la proprietaria prepara i dolci la mattina e le lenzuola profumano di Coccolino, non di canfora.
La stanza è sobria, anonima, enorme, enorme come il Mivar 32 pollici sul comò. La carta da parati è grigio scura. Il piumone, a righe gialle e nere. Il bagno dimostra i suoi vent'anni, ghirigori sulle mattonelle e un filo di ruggine marrone nel water. La stanza è stata pulita da poco. Un Cristo d'argento morto sulla croce campeggia sopra la testata del letto. Un vaso con dei fiori freschi sul tavolino vicino al balcone non alleggerisce l'asettica cupezza della stanza. Sono fiori scelti da un uomo: garofani e lilium. Fiori da morto.
Apro la porta-finestra e guardo giù. Il parcheggio è semivuoto, il giardino curatissimo, sette palme raggiungono il quarto piano. Mi chiamano dalla reception. È il cerimonioso. Mi dice che, se voglio, posso fruire della piscina riscaldata al nono piano e l'hotel avrà il piacere di offrirmi un cocktail. Questa volta rifiuto. Sono stanco e penso a mia madre, nel suo hotel tra gli ulivi. Penso ad Ada, sicuramente più sincera di me.
Maura mi scrive Tutto ok? Rispondo Certamente, sei stata bravissima. È una donna limitata. L'unico suo pregio è il pragmatismo. Per il resto è solo una segretaria, ha ragione il baffuto: non mi agevola la vita, non mi offre opportunità per migliorarla. Mi è stata imposta, anche lei. E la soffro. Mi sta sui coglioni. Con la sua aria da perfettina, da prima della classe. Non ho potuto dire di no. L'ho dovuta assumere. Odio il suo profumo, odio i suoi orecchini di perle, il suo trucco leggero, le sue ballerine. A quarant'anni indossare le ballerine è incongruo, assurdo. In fondo credo che anche lei mi detesti. 
Con Angela era diverso. Lei mi amava.
Prendo carta e penna e faccio testamento. Lascio tutto a un'associazione benefica per i bambini oncologici e destino una somma bastevole per cinque, sei anni, alle cure di mia madre.
Piego le mie volontà. Le poso sul cuscino, torno sul balcone.
Il mare è viola, qui. Non ha colori da cartolina, né si può dire che sia bello. È una distesa infinita di viola. A est c'è Capo Zafferano, il mare turchese della mia infanzia, delle nuotate felici, dei picnic con un sacco di roba che preparava mamma, delle lenze e degli ami di mio padre che voleva pescassi con lui ma a me annoiava da morire, del profumo di mirto e di zagare.
Quando i giornali scriveranno del mio suicidio, si chiederanno il perché. Prendo un altro pezzo di carta e scrivo. Non c'è un perché, non c'è una spiegazione a ogni cosa. Sono stanco e non me ne frega più un cazzo di me e di nessuno. Prendetevi cura di mamma. Che è l'unica persona che amo. Vi odio tutti, mi fate schifo. Bruciate i miei libri. Li ho scritti per gente che fa schifo. 
Ci vuol coraggio ad ammazzarsi, dicono. Io penso che, invece, il suicidio sia la quintessenza della pavidità, la rinuncia più definitiva, la certificazione di un fallimento. Altri dicono che è un gesto folle di onnipotenza e di sfida, uno stratagemma crudele per far sentire in colpa qualcuno fino alla fine dei suoi giorni. L'unico, forse, a soffrirne, potrebbe essere Melc, è per lui che sono qui. Forse soffrirà, forse no. Angela soffrirà di brutto, anche se mi ha lasciato, soffrirà perché mi ama ancora. Io non vorrei far soffrire Angela. 
Mi avvicino alla balaustra. È altissimo. Il mare è viola. Che strano un mare viola. 
La mia tristezza è un abisso che nessuno conosce, che tutti conosceranno.
Suona il cellulare.
È un numero non in memoria. 
Pronto. La mia voce trema.
Scusa se ti disturbo, ho chiamato quel tuo amico. Dice che è pieno. Mi ha dato appuntamento a settembre. Ma vaffanculo. Ti va di pranzare assieme domani? Offro io, il minimo per uno che mi ha salvato la vita. Ride. Accetto. Mi dice dov'è il posto. Una zona che non conosco: Danisinni. Uno dei quartieri di Palermo difficili da pronunciare, così nascosti che ti chiedi perché quel posto sia diventato un quartiere.
Strappo il testamento. Strappo la lettera a questo schifo di mondo.
Mi faccio una doccia e mi preparo per la cena.

07/02/20

Ada

Una sessantenne corpulenta, in uniforme azzurra inamidata, con un viso allegro, mi accoglie nella stanza Si presenta come l'infermiera, dà una carezza alla mano di mamma. È tutta una messinscena. Lei mi dice che è il momento del pranzo, si siede accanto a mia madre e comincia a imboccarla. Mamma è in ordine. Ha i capelli tirati indietro fissati con delle pinzette, il suo foulard con i papaveri sulle spalle, una veste da camera beige. La tivù è spenta, la sfioro. È bollente. Finisce di imboccarla, le passa un tovagliolino profumato intorno alla bocca. Le chiedo quante persone segua.
Balbetta, mi dice che si occupa di mia madre. Incalzo. Non segue solo mia madre, ma anche altri. Quanti altri. Tutti gli altri, anche il defunto di ieri. Ce la fa, ce la fa, mi rassicura. Alcuni sono rimbambiti, non dice proprio così, sono assonnati, tutto il giorno. Come mia madre? Sì, come mia madre. Mi lascia solo con lei. Una lama di sole le colpisce mezza faccia, abbasso un po' la serranda.
- Mamma.
Mi guarda, accenna a un sorriso sbilenco e un filo di saliva le cola giù per il mento innaffiando un papavero rosso.
- Sono io, tuo figlio.
- Ada.
- Mi riconosci?
- Ada.
Le stringo la mano, fredda, ossa e pelle.
- Sono qui, sono io.
- A...d...a
- Sono venuto a vedere come stai, mi ha chiamato Melchiorre, te lo ricordi Melchiorre?
- Ada.
- Qui è bello, ci sono tanti ulivi e un bel glicine al cancello. Ti trattano bene?
Mi stringe la mano con una forza assurda. Mi fa quasi male. Si divincola, poi abbassa la testa da una parte e sospira.
- Ada.
Farfuglia qualcosa tipo Devo andarmene
Chiude gli occhi.
Appoggio la testa sul suo grembo.
- Perdonami, perdonami.
Sto così qualche secondo, qualche minuto, qualche eternità. Singhiozzo, mi pare di sentire una carezza sulla nuca, so che è suggestione.
Si addormenta.
Mi alzo, apro la porta. L'infermiera è lì, col sorriso di chi sa tutto, di chi capisce tutto, di chi ha visto tutto il film e sa il finale.
Le metto in mano cento euro e le raccomando di curare mia madre come fosse sua madre.
Mi dice che sono un bravo figlio, anche lei. Che ha letto il mio ultimo libro e che era bellissimo. Infila la banconota in tasca. Le consegno un'acqua di colonia da un litro.
- È francese. È di mia madre. La prego, è solo di mia madre.
Mi dice di non preoccuparmi.
- Vuole salutarla?
- Già fatto.
- Adesso la metto a letto. È andata bene?
- Non so cosa sperare.
- Noi le vogliamo bene, stia tranquillo.
Me lo dice con un tono strano, non so se alluda al fatto che io non possa volerle bene.
- Ripete anche con lei il nome Ada?
Quella sorride e annuisce.
- Chi è?
- È la nostra vicina di casa. Una ragazza che l'aiutava prima che la portassi qui.
- Le avrà voluto molto bene.
- Già.
Una pendola rintocca l'una.
Guardo il mio orologio. La pendola va indietro. È l'una e dieci. Penso alle parole dell'infermiere della casa viola. È un tempo diverso, forse, quello che c'è qui. Un tempo lento, un presente senza futuro. Una finzione che serve a tutti meno a chi è a un passo dal momento più reale che c'è.

06/02/20

Salvatore di anime

Entro in direzione. È una struttura di legno, senza alberi intorno, delimitata da una serie di vasi di coccio con piante grasse.
Nel prefabbricato c'è un profumo invadente di profumo da donna, speziato, al gelsomino, una robaccia anni ottanta. La sala d'attesa è spoglia. Le pareti in cartongesso bianco. Un unico poster raffigurante la Zattera della Medusa di Gericault, la scelta più triste in assoluto.
Busso alla porta dove c'è una targhetta con scritto "Annunciarsi", un surreale retaggio postbellico.
Una donna chiede chi è.
- Martone. Sangiorgi, casa gialla.
Una sedia che sbatte. Poi rumori vari.
Mi apre una cinquantenne alta, robusta, bionda, con un maglioncino nero, una gonna plissettata rossa e degli inguardabili stivaletti rossi sadomaso. Mi fissa a bocca aperta. Nel ciuffo cotonato sbrilluccica un'unghia finta blu glitterata.
- Sapevo che sarebbe venuto.
- Buongiorno vorrei...
M'interrompe.
- È molto meglio che in foto. Io la seguo, sa? Il cielo nell'anima lo tengo nel comodino. Lo uso come una Bibbia.
- Grazie.
- Grazie a lei. Lei è un salvatore di anime, lo sa?
Si avvicina. Si è spruzzata il profumo prima che entrassi. Si accorge dell'unghia mancante, guarda per terra smarrita.
- È lì.
Si tocca il ciuffo. Ride sguaiata. Le manca un ponte.
- Non ho il tempo di curarmele le unghia. Sa, qui siamo in trincea. Patrizia Ponte, piacere, direttrice di Villa San Luca.
- Piacere mio. Vorrei vedere mia madre e sapere se c'è bisogno di qualcosa.
- Sua madre è una donna deliziosa ed è trattata come una regina.
- Come una marchesa, forse.
Ride aggrottando le sopracciglia.
- Tra dieci minuti i nostri ospiti pranzano. Vuole attendere o va adesso? 
Le rispondo che vorrei andare adesso. Mi chiede se posso aspettare un attimo in sala d'attesa. Noto sulla scrivania un pc portatile, una tempesta di fogli e post it e un paio di riviste di gossip. In una delle due, la scorsa settimana c'era un servizio su di me. Mi hanno fotografato a casa, mentre mi preparavo la colazione. Hanno insinuato qualcosa sulla mia vita sentimentale, attiva come quella degli ospiti di Villa San Luca. Hanno pubblicato le foto con Angela, bastardi. Anch'io vivo nel limbo dell'attesa. Non do, non ricevo, non amo, non sono amato. Da un pezzo.
La Ponte chiude la porta. Sta telefonando a qualcuno. La riapre. Si è riattaccata l'unghia e si è ravvivata il rossetto.
- Lei dimostra meno della sua età. - mi dice.
- Sa la mia età?
- Io leggo.
- Ah.
- Ne dimostra trentacinque, massimo trentasei.
La ringrazio e fingo imbarazzo.
- È molto impegnativa la gestione di questa struttura, immagino.
Quella mima una maschera di tristezza.
- Convivo con la morte e col dolore. Faccio di tutto per rendere serena la fine dei giorni terreni di queste persone, di tutte.
- Sono entrato nella casa viola.
- Ah sì?
- È un ambiente triste.
- È finanziato dall'Asl con tutto ciò che comporta. Facciamo i miracoli là dentro.
La sua maschera adesso è di addolorata indifferenza.
- Mia madre le dà problemi?
- Ma no, le ho detto che è adorabile.
Entriamo nella villetta gialla, apre con un mazzo di chiavi.
- Qui rimane chiuso?
- Sì, è una vera e propria residenza privata.
Nel soggiorno, appena entrati, c'è un buon odore di lenticchie.
- Buon profumo.
- La cuoca cucina solo per loro.
- Quanti sono?
- Sette. Cioè sei. Ieri è venuto a mancare un ospite. Volevo approfittare per dirle che le arriverà una lettera, sa, abbiamo molte spese, con l'arrivo della bella stagione vorremmo rifare il giardino e offrire anche a sua mamma un bel posto dove prendere il fresco.
- Quanto?
- Cinquecento. È il minimo.
- Ok.
Mi indica una porta socchiusa.
- È lì. Io devo tornare in direzione. Se vuole la lettera gliela preparo e gliela do anche dopo.
- Ok.
- Lei è un tesoro di figlio.
Mi fa l'occhiolino e mi dice a dopo col pollice all'insù.
In questo momento sono triste, e ho paura, un mix letale per me. Sono triste, da un sacco di tempo lo sono. Una tristezza siderale, ecco, sì, siderale. E ho paura, non tanto che mia madre non mi riconosca, ma che in un barlume di lucidità mi dica in faccia che l'ho abbandonata.