30/10/18

Il cesso del cuore

È imbarazzante ammettere di aver sbagliato entrata alla metro di Roma. Credevo di avere un automatismo ben oliato e invece no. Per un attimo mi sono sentito perso e in trappola. Ho sbagliato direzione, tutto qui. Dovevo andare verso Barberini e invece sono finito alla banchina per Rebibbia. Potevo riderci su. E invece no. Per uno che tiene sotto controllo la maggior parte delle cose e che ha fiducia incondizionata nella propria mente è un campanello d'allarme.
C'erano tanto vento, tante cartacce, tante saracinesche chiuse nell'Aventino. Avevo voglia, in treno, di respirare di nuovo l'aria umida del Viale e pestare le foglie variopinte dell'autunno, sentirle scrocchiare sotto le scarpe. Ero pronto per il mio consueto abbraccio con la città, e invece no. Una volta lì, mi sono lasciato avvincere da una sorta di anaffettivo distacco, come quando incontri una persona cui hai voluto bene in passato ma con cui oggi non ti lega nulla e cerchi di evitarla, perché vuoi dimostrarti di non provare più niente. Così io ho evitato Roma, sabato scorso, non ho cercato il viola, l'arancione, il marrone, il verde marcio, l'oro delle foglie d'ottobre.
Uno degli appuntamenti irrinunciabili quando vado a Roma, in quell'istituto, quasi ogni anno, a fare le mie presentazioni, è fare la pipì nel bagno del primo piano, dietro una porta di legno grigia e lucida, alla fine di una rampa di enormi scale di marmo dei primi del novecento. Un bagno tenuto sempre pulitissimo e in ordine, risalente agli anni quaranta. Per me quel bagno ha rappresentato un pezzettino della mia Roma amata, un luogo in cui ho fatto pipì diverse volte, e in cui ho trovato, forse, gli stessi colori del bagno di mia nonna, nella casa della mia infanzia. Anche stavolta volevo rivedere le mattonelle nere, le mie. E invece no. Ne hanno messe di nuove, rosa, il pavimento è di ceramica beige, il lavabo piccolo, tondo. Un bagno nuovo, funzionale e senza storia.
Due anni fa, e credo ci sia quasi dello schizotipico in questa cosa, fotografai quel bagno, da diverse angolazioni. Sentivo che non sarebbe durato. Che l'avrebbero cambiato, stravolto. Eppure era così decoroso, lindo, in ordine! Con la cassetta dell'acqua appesa al muro e la catena penzolante. Adesso c'è un pulsante, nel muro, una roba più igienica, certamente.  C'era una lampada che pendeva dal tetto avvolta in un supporto metallico minimale. La lampada è rimasta lì, con qualche goccia di bianco sul supporto metallico, perché hanno imbiancato il tetto, ma la lampada c'è ancora.
Brutto quando un cambiamento ti sorprende e non l'hai chiesto, quando la cornice in cui ti muovi è diversa e tu rimani lo stesso di sempre, con i tuoi punti di riferimento affettivi, i tuoi ricordi, le tue stupide certezze. È come un messaggio del destino che ti dice che non è più il tuo posto. Che tutto cambia, che tutto non è come prima. Che l'amore può rinnovarsi ma può anche finire, perché no. Che non si può appartenere a un ricordo anche se è cambiato tutto. Che cercare d'amare allo stesso modo di sempre ciò che non c'è più è complicato. Funziona poco con le persone, figuriamoci con i posti.
A Roma non c'è più il mio cesso del cuore. Nero e bianco, con la catena appesa alla cassetta dell'acqua.
Mi sono sforzato di abbarbicarmi a quel ricordo sulla strada del ritorno, mentre un'aria capricciosa di pioggia scuoteva i platani del Viale. Non c'è più quello che c'era, ma fa lo stesso. Sei tu che oggi non sei in vena: guarda dentro di te che lo trovi, c'è!
A un certo punto, arrivato a Termini, credevo d'esserci riuscito a risentire di amare. E invece no.

2 commenti:

  1. bello quando si "vede" ciò che si sta leggendo.....un'isola in mezzo al caos,caro bruno dovresti postare di più i tuoi pensieri

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    1. Qui sono poco operativo. Ma il blog è il mio luogo dell'anima preferito. Non lo mollo. Anche perché qualcuno, come te, legge. Un caro saluto, grazie!

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