22/05/17

Il ritorno del narcisista




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"Leggo e sento spesso di ritorni del narcisista. E mi chiedo, e soprattutto le chiedo, dottore, se vorrà avere la cortesia di leggere e rispondermi, che senso e quale importanza hanno, per il narcisista, questi ritorni? E che senso e che importanza dovrebbero assumere per noi 'vittime'?"

Mi scrive così, una lettrice di questo blog, in uno dei post più letti e commentati. Ne approfitto per scrivere un nuovo post, anche per agevolare lo scorrimento dei commenti diventato molto laborioso in quello originario (qui il link).

Il quesito è meno semplice di quel che sembri. 
Perché è il "ritorno" il fulcro patologico del rapporto tra il narcisista e la sua vittima.
Un fulcro che diventa vortice per la vittima.

Il senso del ritorno, visto nei due versanti, da un lato quello del narcisista, dall'altro quello della sua vittima, è essenzialmente "speranza".
Il ritorno è speranza.

Da un lato, quella di approfittare di un vantaggio, di un terreno morbido, di un cuore fragile, di tornare a brillare come sole nel temporale, dall'altro quella di una guarigione, di un ravvedimento, di un ricominciare davvero, di un nutrimento sano.

Si torna una volta, si ritorna più volte. Anche l'etimologia del verbo "ritornare" ci suggerisce che per alcune persone il tornare è come andare al supermercato, sapendo di poter trovare quel barattolo di miele che una volta finito, è sempre lì, basta varcare le porte scorrevoli e sorridere alla cassiera.
"Tornare" è un viaggio definitivo, importante, è un atto di responsabilità. "Ritornare" è un'abitudine.

Il senso del ritorno, per il narcisista, è quasi divertente, una sfida al travaglio interiore dell'ex, una sadica sensazione che ha già il sapore della vittoria.
Perché il narcisista sa che la sua vittima lo è per sempre, sa che bussa a una porta mai chiusa per sempre. 
La dipendenza affettiva è una croce. Una condizione psichica difficile da sconfiggere. Più dolorosa da affrontare di quella del partner, che non soffre, perché non sa di avere un disturbo. 
Mentre per il narcisista la sua condizione psichica e patologica è inconsapevole, per il dipendente affettivo la ferita brucia e la consapevolezza di essere malati è un'ombra atroce all'inizio di ogni relazione, è la propria ombra lacrimevole e mendicante nonostante i sorrisi e la fiducia nell'altro.

Il senso del ritorno, per una vittima affettivamente dipendente è speranza di un nuovo inizio. Irrazionale speranza.
Il senso del ritorno per una vittima affettivamente dipendente che ha intrapreso un percorso di introspezione e cura, è una minaccia, è una prova, LA prova dell'avvenuta disintossicazione.

Il narcisista è l'erogatore di un cibo succulento per dipendenti affettivi affamati d'amore, è la bottiglia tappata per chi si ubriaca d'amore finto per dimenticare la sua drammatica solitudine, è il terno al lotto che non arriva mai per chi si ostina a giocare d'azzardo, mettendo sul piatto tutta l'anima e il corpo per una persona che finge tenerezza e amore. 
Non è un azzardo, forse, donarsi, con la speranza che chi ti ha ucciso emotivamente una volta, voglia riportarti in vita?

Il ritorno, per il dipendente affettivo, nel pieno del suo disagio, è l'ennesima speranza che sarà delusa, quella di valere qualcosa e di poter essere amati finalmente.
Il ritorno, per il dipendente affettivo curato, è la tentazione, è il bivio tra astinenza e ricaduta.

Molti possono essere i tempi e le modalità del "ritorno", più o meno sadici o più o meno subdoli possono essere i nuovi tentativi di seduzione del narcisista che torna. Ma il senso è sempre quello della caccia alla preda, del gioco, del passatempo, della soddisfazione, a operazione ultimata, quando di fronte allo specchio si dice "ce l'hai fatta un'altra volta".

"Gli addii possono essere sconvolgenti, ma i ritorni sono sicuramente peggio" scrive la poetessa canadese Margaret Atwood. 
La fine di una dipendenza, che non è mai una fine, ma una sospensione, più o meno convinta, più o meno risoluta, o voluta, più o meno ragionata e abbracciata, è sconvolgente. Perché la sensazione è quella del vuoto. Della fine. Sebbene tu abbia tanti inizi davanti e nemmeno te ne accorga. 
L'addio è sconvolgente. Perché aggredisci la tua dipendenza. Metti un punto e vai a capo.

Il ritorno non solo è sconvolgente ma può essere anche tenebra, ricaduta in quel burrone fatto di stillicidi amorosi, di squalificazioni e umiliazioni, in cui metti da parte la dignità e la ragione.

Ma il ritorno può essere l'occasione per ri-chiudere con un semplice "No, grazie". Per il dipendente affettivo è la più grande vittoria, il più grande regalo che fa a se stesso; per il narcisista è solo un gioco perso, un biglietto scaduto, un imprevisto di second'ordine. Ritenterà e sarà più fortunato. Magari con un'altra persona.

5 commenti:

  1. PARTE1_
    Buongiorno, ho provato tempo fa a scrivere.Riguarda il mio compagno di numerosi abbandoni e ritorni...
    e una domanda che mi lacera la testa: non ho diagnosi certe, ma essendo IO in terapia, da diversi terapeuti ho avuto come ipotesi la possibilità alta che lui soffra di disturbo borderline di personalità.
    non racconterò qui la mia storia perchè già "oggetto di terapia mia personale".
    da quando ho avvertito che "qualcosa non andava" nelle sue eterne fughe da "sindrome da soffocamento di coppia” ed eterni ritorni, ho pensato potesse trattarsi di disturbi narcisistici di personalità. mancava la componente davvero violenta ma c'erano tentativi di ribaltare il senso della realtà, dire una cosa e poi e negarla, farmi credere che fossi io l'elemento stressante....
    ma come sostiene la mia psicoterapeuta, forse manca un senso grandioso dell'Io, dove prevale invece un senso di inadeguatezza nascosto, un sottrarsi anzichè infierire...l
    una capacità intensa forte e profonda di sentire le emozioni e soprattuto di condividerli risuonando intensamente nella coppia.
    la violenza che usa è quella delle sue fughe.mai annunciate, precedute magari da torpore emotivo, stanchezza,e poi ritorni, perchè io sono l'amore della sua vita.

    non è la diagnosi fine a se stessa che cerco, ma spesso mi chiedo questo:
    se un narcisista e un borderline usano la stessa dinamica cioè l'abbandono e il ritorno, il "nè con te nè senza te" , c'è una differenza di personalità cui prestare attenzione e tenere conto soprattutto, da parte di chi ci si relaziona? perchè quando leggo di narcisisti e di come maltrattano psicologicamente la compagna, vedo una violenza da non augurarsi. mentre a me lui ha fatto si tantissimo male ( e continua a farne visto che dopo l'ennesima fuga ora in tono depresso e "umile", senza la forza di un tempo, sento che reclama la mia presenza.).
    ma lui a me ha dato un mondo fantastico,senza cui è come se io vivessi in apnea.
    mi chiedo se con un (presunto) borderline non sia diversa la dinamica da attuare.
    so che il punto è "fino a che punto e quanto male faccia a chi sta con loro".
    so che il punto è che "fintanto che non deciderà di farsi aiutare sarà sempre la stessa dinamica che userà. amore intenso e poi fughe e ritorni". e quanto ne vale la pena".
    ma l'altro punto, il mio, è che non riesco e non voglio rinunciare all'idea che non sia possibile avere una relazione con una persona che abbia seri problemi di personalità. una persona che so capace di avere un mondo emotivo profondo.
    non voglio pensare che esista solo il "lasciarlo andare".
    al di là della scelta che può essere solo mia e comporta una lacerazione intensa, sono interessata anche al suo parere, sperando di non essere Off Topic in un blog che parla di narcisisti, e sapendo anche che spesso i due disturbi afferendo alla stessa area, speso si sovrappongono e son compresenti.
    la mia terapeuta propende per il disturbo bordeline, ma so lo ovviamente in virtù dei miei racconti. e non vede soluzioni a meno che lui non faccia terapia.

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  2. PARTE2_
    in altri momenti ho proposto a lui la possibilità di farlo, ma alternava momenti in cui diceva di sapere che forse qualcosa non andava ma che andare in terapia lo avrebbe destrutturato ulteriormente, ad altri momenti in cui diceva che non lo avrebbe mai fatto. e scappava.
    ora, a distanza di anni, in cui io ho fatto la mia di terapia, compensato aspetti di me che potevano impattare su alcune dinamiche di coppia, vediamo che dopo l'ennesima fuga quel che si vede è solo la sua difficoltà a tenere una relazione in modo stabile.
    e credo che anche lui ora se ne renda conto. un tempo riusciva a farmi sentire corresponsabile.ora non più. ora che gli rimando limpidamente tutta la verità.

    per ora non sto rispondendo ai suoi appelli, ma solo perchè non so più come agire. forse è il giusto momento per chiedergli che davvero si faccia carico di ciò che non va in lui. appuntamento inderogabile per evitare altro dolore e sofferenza.

    chiedo gentilmente il suo parere.
    non ho mai amato nessuna persona come lui. e credo di poter dire che sia stesso per lui.
    Cosa rimane per chi sta con un borderline?

    GRAZIE.

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    Risposte
    1. cara Luce, certo che è possibile vivere con una persona con un disturbo di personalità. Non ho mai detto il contrario. Dipende da cosa si vuole dalla vita. Se una relazione lineare, trasparente, chiara, in cui ci sia progettualità e responsabilità comune oppure una relazione inquinata, minata, minacciata dall'instabilità dell'altro, sebbene in certe fasi, più o meno lunghe, si vivano momenti inebrianti e coinvolgenti. In questo secondo caso, chi sta con una persona con un disturbo deve accettare il disturbo, eventualmente suggerire un percorso di terapia, e, soprattutto bastarsi. Non avere aspettative irrealistiche, accettare la discontinuità. Accettare l'assenza e prendere il più che si può dai momenti d'affettività. Può darsi che il suo compagno sia borderline, sebbene mi pare manchi l'elemento rabbioso e rivendicativo e il lamentoso e manipolatorio senso di inutilità comunicato a gogò. Può darsi che sia anche un po' narcisista, mancando di responsabilità, empatia, continuità, aspettandosi la glorificazione e l'applauso quando sta dietro le quinte, prima di concedere il bis. Può darsi. Come può darsi che sia un "semplice", inaffidabile nevrotico che ha problemi nell'affidarsi e un conflitto perenne tra indipendenza e dipendenza, tra legame e libertà, tra esplorazione e paura dell'ignoto. Un irresponsabile ma irresistibile "uomo conflittuale" che quando ama lo fa molto bene, dimostra di esserci, e quando decide di non amare, va per i fatti suoi, non preoccupandosi di ciò che accade alla sua partner. Un immaturo, forse. Che ha scelto di esserlo vita natural durante. Nonostante le sue crisi, Luce, le sue terapie, i suoi tentativi di incasellarlo in una diagnosi, per capire come gestirlo e cosa potersi aspettare da lui, e le sue speranze. Cosa rimane per chi sta con un borderline? Tanto, oppure niente. Riformulo la sua domanda. So che mi rimarrà qualcosa che mi basterà durante l'assenza o dopo la rabbiosa presa di distanza del borderline? Mi rimarrà qualcosa che riuscirà a nutrirmi anche in assenza dell'altro? Se sì, viva questa sua storia con il trasporto emotivo che noto forte e vibrante, se no, scelga un altro tipo di uomo e di rapporto. Sempre, ripeto, che egli sia un borderline o un narcisista. In un vecchio post dicevo anche che il narcisista è un fragile fiore in cerca di sole, se lei intravede questa fragilità e le fa tenerezza, stia pure con il suo narcisista, se è narcisista. L'importante è che le basti. -segue-

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    2. Certe patologie o certe attitudini, certi orientamenti, talvolta sono refrattari alle terapie. Se amiamo quella persona, pur nella sua patologia, se siamo spinti dal sacro fuoco della condivisione nonostante tutto, stiamole accanto. Sapendo che dovremmo, di tanto in tanto, bastarci. Se nella patologia c'è anche la violenza, l'inganno, la manipolazione, l'umiliazione, dunque un panorama psichico anche antisociale, lì lo stare accanto diventa anche eroismo, sacrificio, annullamento di sé, martirio. E se non si è dei santi, si è patologicamente e ciecamente dipendenti, dunque è giusto spronare il soggetto passivo a vincere la sua dipendenza malata. La sua non mi sembra una dipendenza malata ma il tentativo di accettare quest'uomo così com'è. La invidio per la sua forza e il suo credere nella relazione. Posso dirle questo. Ma deve cominciare a bastarsi. Nei momenti in cui quest'uomo la lascerà per trovare la sua strada, pur sapendo che farà dietrofront. L'amore non è così facile da descrivere, tanto meno da giudicare. Io non giudico il vostro amore. Ci sono donne che amano i propri mariti, pur sapendo della loro omosessualità latente o meno, e vanno avanti, consapevoli di non essere al centro dei loro sogni. Ci sono partner traditi che accettano il tradimento e traggono il meglio dalle ore d'amore che il compagno o la compagna dedicano loro. L'amore non è uno. E può essere anche intriso della patologia di uno dei due componenti della coppia. Naturalmente, nei casi in cui due patologie si incontrano e una delle due facesse relegare il soggetto, sempre e comunque, in una condizione di vittima di soprusi, condizione ineluttabile a causa, per esempio, di una dipendenza passiva, collusiva del narcisismo dell'altro, mi pare corretto far aprire gli occhi della vittima stessa. Non mi pare il suo caso. Dunque, si viva questo amore, se ce la farà a bastarsi nei momenti di assenza o riflessione del suo partner. Non è né la prima o l'ultima donna che sta con un Icaro dolce e immaturo che sa farsi perdonare e che affascina anche per il suo comportamento spesso malinconico, irrisolto, un po' teatrale, alla continua ricerca di un senso. Spero di essere stato chiaro. Cari auguri, Luce.

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    3. Caro Bruno,
      la sua risposta mi ha "smossa" e commossa... vorrei risponderle sedimentando le parole e tutte le cose che mi rimangono da dirle.
      intanto grazie per gli orizzonti "un pò più aperti" che altrove non trovo.

      Luce.

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